Alle sei e un quarto del mattino, il campanello suonò una volta sola, come se qualcuno avesse premuto il pulsante col gomito per non fare rumore. Sara era già sveglia. Non dormiva bene da settimane. Aveva il telefono in mano e fissava il calendario, il giorno del compleanno di Marco, il quinto senza di lui.
Sotto la porta di casa, nell’androne che sapeva di calce umida e basilico sfiorito, c’erano due scatoloni di cartone. Niente biglietto. Niente mittente. Solo un sacchetto di plastica con dentro una busta gialla, chiusa con un elastico.
Sara li guardò per un momento. Poi si chinò, prese la busta, la aprì in cucina. Quattrocentoquaranta euro in banconote da venti e da dieci. Le contò due volte, ad alta voce, come per convincersi che non era un sogno. Erano già successe altre quattro volte, sempre così: scatole, soldi, silenzio. Il primo anno aveva pensato a un errore. Il secondo a un fondo parrocchiale. Il terzo a un’associazione di vedove. Ora non sapeva più cosa pensare.
Fuori, dal balcone, il mare di Lecce non si vedeva, ma si sentiva l’aria salmastra che entrava dalla persiana socchiusa. La città si svegliava con il rumore delle saracinesche e lo stridio di un gabbiano sul tetto della chiesa di Santa Croce. Sara si versò un caffè freddo dal fondo della moka e rimase in piedi davanti al lavello.
Non aveva pianto per Marco quel giorno. Non ancora. Aveva passato la notte a ricucire un orlo della sua vecchia camicia da cameriera, quella del bar sul corso, più per tenere le mani occupate che per necessità. Poi aveva guardato un film muto alla televisione, senza audio, perché il sonno non arrivava.
Il telefono sul tavolo vibrò. Era Paola, l’amica del mercato.
«Allora? È arrivato anche quest’anno?»
«Sì. E c’erano pure quattrocento e passa euro.»
«Quattrocento e passa? Ma chi te li manda?»
«Non lo so. Però stavolta lo scopro.»
Riattaccò e andò in camera da letto. Prese una vecchia telecamera digitale che aveva trovato in un cassetto quando aveva svuotato lo studio di Marco. La provò, la collegò a un cavo, poi la sistemò sul balcone, nascosta tra due vasi di salvia e un annaffiatoio. Inquadrava il portone. Male, ma si vedeva.
Quella sera preparò la cena per due, come se Marco dovesse tornare. Poi tolse il piatto di fronte a lei. Mangiò in piedi, davanti alla tv, una mozzarella e un pezzo di pane raffermo. Alle dieci si stese sul divano, senza coperta, con il telefono in mano e il volume al massimo. Sapeva che chi portava le scatole arrivava sempre all’alba, mai prima delle cinque.
Si addormentò verso l’una. Sognò il portone di Lecce, le strade di pietra, un carretto di frutta che passava all’alba.
La svegliò un colpo di tosse di un vicino. Erano le sei e cinquantadue. Andò alla telecamera. La scheda era piena. Premette play sul computer in cucina, con le mani che tremavano.
Il video partì. Era buio pesto. Poi una figura vestita di scuro, con un foulard in testa, si avvicinò al portone. Camminava piano, trascinando due borse. Le appoggiò davanti alla porta. Si chinò, sistemò qualcosa. Poi si girò un attimo verso la luce del lampione.
Sara fermò l’immagine.
La conosceva. Quel modo di serrare il foulard sotto il mento. Quel modo di camminare, un po’ piegata a sinistra. Il cuore le salì in gola. Era Marisa.
Marisa D’Amico. La madre di Marco. La donna che al funerale l’aveva presa per un braccio e le aveva detto: «Se non fossi stata così cieca, adesso lui sarebbe ancora qui». Poi si era voltata e non l’aveva più cercata. Per cinque anni.
Sara fissava lo schermo. Non riusciva a staccare gli occhi da quella donna che adesso era in fondo alla strada, ma nel video era lì, con le borse piene di pasta, pelati, detersivo, e quella busta gialla con i soldi.
Prese il telefono. Cercò il numero di Marisa nella rubrica. Lo aveva ancora, anche se non lo chiamava da anni. Premette il tasto verde.
«Pronto?»
La voce di Marisa era roca, come se avesse appena pianto.
«Sono Sara.»
Pausa.
«Lo so.»
«Ho visto il video.»
«Quale video?»
«Ho messo una telecamera sul balcone. Ti ho vista. Erano le sei del mattino. Hai lasciato le scatole.»
Silenzio. Poi un respiro.
«Posso venire da te?»
Sara chiuse gli occhi. Il gabbiano sul tetto della chiesa gridò di nuovo.
«Perché lo fai?»
«Perché gliel’ho promesso.»
«A chi?»
«A Marco. Prima che morisse. Ti porto il messaggio. Così capisci tutto.»
Sara sentì il sangue pulsare dietro le orecchie. Non capiva. Ma non riattaccò. Restò lì, con il telefono appoggiato all’orecchio, a guardare il video fermo sul computer, la figura di Marisa con il foulard, le borse, il portone.
«Vieni alle sei», disse. «Ma non di nascosto. Suona due volte. E se non vuoi guardarmi in faccia, non venire.»
Marisa arrivò alle sei e dieci. Suonò due volte. Sara aprì la porta senza guardare dallo spioncino.
Marisa non aveva il foulard. Aveva i capelli grigi raccolti in una treccia che le scendeva sulla spalla. Portava una borsa di tela, con un portafoglio vecchio e un telefono.
«Dov’è?» chiese Sara.
«Prima siediti.»
«Dov’è il messaggio?»
Marisa aprì la borsa, tirò fuori il telefono. Anche a lei tremavano le mani. Cercò tra i messaggi salvati. Poi lo mise sul tavolo, tra le due tazze di caffè.
«Prendilo tu.»
Sara prese il telefono. C’era un file audio salvato con il nome “Per Marisa”. Premette play.
La voce di Marco era stanca, ma chiara.
«Mamma, se stai ascoltando, sono io. Non so come dirtelo. I medici dicono che il cuore ha dei problemi, forse è peggio di quello che pensiamo. Io non voglio che Sara resti sola. Lo so che non avete un bel rapporto. Ma ti prego, se torno a casa, fai la pace con lei. Se non torno… aiutala. Non lasciarle mai mancare niente. Non dirle che lo faccio per te. Dille solo che la voglio bene. Mi raccomando. Tua madre ti ha sempre voluto bene. Vale anche per lei. Fai la brava. Ciao, mamma. Ciao, Sara.»
Il file finì. Sara non si era accorta di aver smesso di respirare. Il telefono le scivolò di mano. Lo riprese, lo guardò come se fosse una reliquia.
«È stato due giorni prima», disse Marisa. «Non l’ho mai detto a nessuno. Quando è morto, avevo troppa rabbia. Ho detto quelle cose. E poi non sapevo come tornare indietro.»
Sara non rispose. Andò alla finestra. La luce del tramonto entrava e faceva brillare la polvere sul tavolo. Le due tazze di caffè erano intatte. Il gatto rosso del vicino attraversò la strada, si fermò davanti al portone. Nessuno lo chiamò.
«Le scatole le portavamo insieme, io e un ragazzo del mercato», riprese Marisa. «Io preparavo tutto. Lui le metteva davanti alla porta. Non ho mai avuto il coraggio di suonare. Mi sembrava di rubarti qualcosa. E invece volevo solo…»
Non finì la frase. Si passò il dorso della mano sul naso.
Sara si voltò. Prese la busta gialla con i soldi, quella che aveva trovato al mattino. La aprì, contò le banconote sul tavolo, una a una, mentre Marisa guardava. Quattrocentoquaranta euro.
«Questi non li voglio», disse Sara.
«Sono tuoi. Li ha tenuti da parte per te. Ogni anno, dal suo conto. Io aggiungevo solo la spesa.»
«Non mi servono per vivere. Il bar mi paga. Ho la casa.»
Marisa non capiva.
Sara prese il suo telefono, quello di Marisa. Aprì l’app della banca. Cercò il fondo per le malattie cardiache dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Inserì l’importo: quattrocentoquaranta euro.
«Che fai?» chiese Marisa.
«Li dono. In memoria di Marco. Così smettiamo di nasconderci dietro le buste e le scatole.»
Mostrò lo schermo a Marisa. Il trasferimento era pronto. Premette conferma. Il telefono emise un suono.
Marisa rimase immobile, con i pugni stretti sulla borsa. Poi si mise una mano sulla bocca. Non disse nulla.
Sara le restituì il telefono.
«Il messaggio di Marco l’hai ascoltato?» chiese.
«Oggi, per la prima volta. Prima non avevo il coraggio. L’ho tenuto lì per cinque anni.»
«Resti a cena?»
Marisa alzò lo sguardo. Non sorrise. Si sistemò la treccia sopra la spalla.
«A che ora?»
«Adesso.»
Sara accese il forno. Aprì una scatola, tirò fuori un pacco di pasta, una bottiglia di passata, un barattolo di olive di Cerignola. Insieme, senza dire quasi nulla, apparecchiarono la tavola per due. Il gatto rosso, fuori, si avvicinò alla porta. Marisa gli diede un pezzo di pane, chinandosi con fatica.
Il giorno dopo, alle sei di mattina, suonarono due volte. Sara aprì. C’era Marisa, con due borse di tela piene di verdure e una busta di foccacce calde. Non si nascose. Non guardò in giro con paura.
«Ti ho portato la colazione», disse.
«Entra.»
E questa volta la porta restò aperta, mentre il gatto rosso si infilava in casa e si andava a sedere sotto il tavolo, come se da sempre appartenesse a quella storia.







