Il conto svuotato per la sposa

Giulia sentì il telefono vibrare alle 18:47 mentre usciva dall’ufficio di via Emilia Ovest, a Modena. Sperò fosse Davide che diceva di essere passato a prendere Tommaso. Invece il display diceva: “Bonifico eseguito: 23.480,00 euro a Loredana Rizzi.” Rilesse la riga tre volte, con il badge ancora al collo. Poi le gambe le si allagarono di freddo: Loredana Rizzi era la madre di Davide.

Era novembre e la nebbia entrava sotto i portici. Passò davanti alla pasticceria dove al mattino aveva preso quattro cannoncini alla crema per il dieci in matematica del bambino. Il sacchetto era ancora nella borsa, schiacciato tra l’agenda e un caricatore. Non lo buttò. Strinse solo il manico della borsa e camminò più forte.

In casa, in via delle Rose, c’era un odore di lasagne e lacca. Nel corridoio vide le scarpe di Federica, la sorella di Davide, e una scatola alta di un atelier di Vignola. Tommaso era seduto per terra con il libro di matematica aperto su una gamba e un adesivo di dinosauro attaccato alla manica della felpa. Non alzò gli occhi dal libro.

«La nonna ha detto che se la mamma va a vivere dalla nonna Ivana, io posso restare qui, perché la scuola è vicina.»

Giulia gli posò una mano sulla nuca e rimase così. Poi andò in cucina.

C’erano Loredana, Federica e una wedding planner con un catalogo di centrotavola. Davide stava in piedi vicino alla finestra, con una tazzina di caffè che non beveva. Giulia posò il telefono al centro del tavolo, accanto alla zuccheriera.

«Mi spieghi questo.»

La wedding planner chiuse il catalogo. Federica sbuffò. Loredana versò il caffè, spostò un piattino e solo dopo alzò gli occhi.

«Sono i soldi del ristorante. Federica si sposa. Il locale era bloccato e serviva la caparra entro stasera.»

«Quei soldi erano sul mio conto.»

«Nostri,» disse Loredana. «Davide è tuo marito.»

Giulia guardò Davide. Lui si strofinò il collo, come faceva da bambino quando rompeva una tazzina e lasciava che la madre rispondesse per lui.

«Ti volevo avvisare,» disse piano. «Dormivi. Il telefono era sul comodino, è arrivato il codice. Ho pensato…»

«Hai pensato di prendere ventitremila euro senza dirmelo.»

«Servivano a mia sorella. Non potevo lasciare che la famiglia di Rocco pensasse che siamo dei morti di fame.»

Federica chiuse di scatto la foto di un allestimento floreale.

«Mi avevi promesso di aiutarmi.»

«Io non ti ho promesso niente. Non sapevo nemmeno che aveste già scelto il ristorante.»

Loredana batté il palmo sul tavolo.

«Noi vi ospitiamo da sette anni. Ti sembra il modo di parlare? Tu paghi la spesa e le bollette, è vero. Ma qui si vive in famiglia. E in famiglia non si contano i centesimi.»

«Io ho contato ogni centesimo per dare una caparra a una casa vicino alla scuola.»

«La casa ce l’avete già,» disse Loredana. «Federica si sposa adesso. O deve fare la figura della povera davanti ai parenti di Rocco?»

Dal corridoio arrivò la voce di Tommaso:

«Mamma, posso venire?»

Qualcuno aveva lasciato la porta socchiusa. Il bambino stringeva il sacchetto dei cannoncini e aveva una lucina negli occhi che chiedeva solo una cosa: che la mamma non andasse via senza di lui.

«Prendi lo zaino,» disse Giulia. «Metti il libro, la divisa dello sport e la macchinina rossa.»

Loredana si alzò.

«Non tirare il bambino in mezzo. Se vuoi fare la bambina, vai pure da tua madre. Ma Tommaso resta qua. Ha la scuola sotto casa, la sua stanza, suo padre.»

Davide disse:

«Mamma, basta.»

Ma lo disse per chiedere alla madre di non urlare. Non disse: mia moglie non se ne va.

Giulia andò in camera, buttò in una borsa due maglioni, il caricatore, i documenti. Aiutò Tommaso a infilarsi le scarpe. Loredana li seguì fino alla porta:

«Una madre per bene non porta un bambino in giro a quest’ora.»

Giulia non rispose. Prese la mano di Tommaso e uscì dall’appartamento in cui per sette anni aveva cercato di essere comoda.

Silvia viveva in un bilocale in zona Sacca, a dieci minuti di macchina. Stese una coperta sul divano letto, mise un bicchiere d’acqua e una lucina a forma di stella sul comodino. Solo dopo che Tommaso si fu addormentato, Giulia mostrò a Silvia il bonifico e le foto della cucina.

«Somma confermata,» disse Silvia. «Ti hanno preso esattamente ventitremilaquattrocentottanta euro, quello che avevi risparmiato per la casa. Adesso scrivi a Davide. Deve confermare lui di aver fatto il bonifico senza il tuo consenso.»

Giulia scrisse:

«Sei stato tu a fare il bonifico dal mio conto?»

La risposta arrivò dopo dieci minuti:

«Sì, serviva per mia sorella. Poi ne parliamo.»

Silvia guardò lo schermo.

«Salva tutto. Domani vai in banca. E questa notte spegni l’app.»

La mattina dopo, Giulia entrò nella filiale di via Emilia Centro con una busta gialla. Chiese di parlare con un addetto ai conti. L’impiegato aveva il tesserino storto e una penna che non funzionava.

«Suo marito è cointestatario?»

«No. Il conto è solo mio.»

«Allora possiamo bloccare l’operazione come non riconosciuta, ma se lei ha lasciato il telefono con il codice…»

«Non ho autorizzato il bonifico. Voglio il blocco del conto e un nuovo IBAN.»

L’impiegato batté i tasti e stampò una ricevuta con il saldo residuo: undici euro e quaranta centesimi.

Giulia la infilò nella busta, insieme alla denuncia che andò a presentare nella stazione dei carabinieri di via Carlo Sigonio. Portò la copia all’avvocato, in via Gallucci. L’avvocato preparò una lettera di messa in mora e la spedì per raccomandata con ricevuta di ritorno a Davide e a Loredana Rizzi.

Il testo era breve:

«Restituzione integrale di euro 23.480,00 entro trenta giorni, oltre interessi legali. In difetto, si procederà con decreto ingiuntivo e con l’azione penale per accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita.»

Sabato mattina, suonarono al citofono alle otto e venti. Giulia stava preparando il latte con il miele per Tommaso. Dalla finestra della cucina si vedeva il cartello della farmacia di via Sacca ancora illuminato. Nel cortile il gatto dei vicini dormiva sul cofano di una Punto.

Scese. Davide era sul pianerottolo con una busta gialla in mano. Dietro di lui Loredana, e Federica che si teneva due dita sulla fronte.

«È una denuncia penale,» disse Davide. «Vuoi mandare tuo marito a processo?»

Giulia non lo fece entrare. Mise una mano sullo stipite.

«Hai prelevato ventitremilaquattrocentottanta euro dal mio conto mentre dormivo. Io ho chiesto la restituzione. C’è un termine di trenta giorni.»

Loredana si fece avanti.

«Io vi ho tenuti in casa per sette anni. Non ti ho chiesto l’affitto. Adesso Federica rischia di perdere il ristorante e tu pensi ai soldi?»

Federica disse:

«Non rovinarmi il matrimonio per una ripicca.»

Giulia prese dalla tasca una copia della ricevuta della raccomandata e una stampata del bonifico. Le mise in mano a Loredana.

«Non è una ripicca. È una richiesta di rimborso. Trenta giorni. Se non arriva il bonifico, l’avvocato chiede il decreto ingiuntivo. E da lunedì non pago più le bollette di via delle Rose.»

Davide guardò la ricevuta.

«Ma io un prestito te lo posso ridare… A rate.»

«Non era un prestito. Un prestito si chiede. Tu hai usato il mio telefono di notte.»

Loredana strinse la busta.

«Allora restituisci anche sette anni di affitto.»

Giulia non rispose. Salì in casa e chiuse la porta. Tommaso stava mescolando il latte. Aveva ancora l’adesivo di dinosauro sulla manica.

«Papà è giù?»

«Sì. Ma dobbiamo andare a vedere la casa vicino alla scuola nuova, ricordi?»

«Posso portare la macchinina?»

«Certo.»

Scesero dalle scale interne. Quando aprirono il portone, Loredana era ancora sul marciapiede con la busta in mano. Federica piangeva dentro la macchina di Davide. Davide stava in piedi accanto al cofano, con il telefono in mano, fermo.

Giulia strinse la mano di Tommaso e aspettò che passasse il filobus numero 6. Il gatto dei vicini si era spostato davanti alla porta chiusa.

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