Non tornò da loro

La mattina della partenza, la signora Nora stava sul balcone con la tazzina del caffè ormai freddo e guardava giù nel cortile. Il cielo sopra Bologna era coperto, e dalle grondaie gocciolava piano come se anche la città avesse fretta di piangere un po’ e poi smettere.

Vide Stefano caricare le valigie nella Golf targata Brescia, e Laura che dava un ultimo colpo al baule. Il cane, Teo, un meticcio rosso con la coda sempre in movimento, gli girava intorno annusando le ruote. Non capiva. Ogni volta che Stefano apriva il portellone, Teo ci metteva le zampe sopra, convinto che finalmente lo avrebbero preso su.

«Ma non lo mettiamo in macchina?» chiese Laura, infilando la borsa.

«No. Sopravviverà. Due settimane passano in fretta,» rispose Stefano senza voltarsi.

Nora sentì tutto, perché il cortile rimbombava come una cassa di risonanza. Strinse la tazzina tra le dita e la posò sul davanzale. Il geranio secco da settimane faceva da testimone muto.

L’auto partì. Teo corse fino al portone, poi si fermò accanto ai bidoni della raccolta della carta. Non abbaiò. Guardò il cancello richiudersi. Poi si sedette e rimase lì, le orecchie basse.

Nora scese al piano terra. Passò davanti alla panetteria che alle sette e mezza aveva già sfornato la focaccia, e sentì l’odore di farina calda. Si fermò e comprò un sacchetto di croste per il cane. Tanto lo faceva per i gatti del vicolo, perché ogni tanto metteva l’acqua nella ciotola blu vicino alla porta. Quella mattina la ciotola era vuota, e Teo la leccò lo stesso.

«Ti hanno lasciato anche questa,» disse Nora, chinandosi. «Ma tu non andare via. Resta qui.»

Non sapeva perché lo diceva. Forse perché anche lei parlava da sola da quando suo figlio si era trasferito a Perugia.

Nei giorni successivi Teo si spostava di pochi metri. La notte dormiva sotto il portico, riparato dalla pioggia. La mattina alle sette riprendeva il suo posto accanto al cancello, guardando la strada. Nora gli portava da mangiare due volte al giorno: un pugno di croccantini e una scatoletta di umido da trecentocinquanta grammi. Lui la lasciava avvicinare. Poi, quando lei rientrava, si rimetteva a fissare le auto.

Una settimana dopo, all’improvviso, Teo scattò. Aveva sentito un motore simile. Una Golf grigia, forse la stessa, forse no. Si lanciò tra le macchine parcheggiate. Nora era sul balcone e vide tutto in un attimo: il muso del cane, la panda di un ragazzo che faceva consegne per la trattoria all’angolo, la frenata, il tonfo.

«Teo!» urlò, e la voce le uscì strozzata.

Scese le scale tenendo la mano sulla parete. Il cane respirava forte, la zampa posteriore piegata in modo strano. Il ragazzo era uscito dall’auto, bianco in faccia: «Non l’ho visto, giuro…». Nora si tolse la giacca e la stese per terra. «Aiutami a caricarlo. Si va dal veterinario. Subito.»

Il dottor Fabbri, che aveva la clinica in via San Donato, non girò intorno alle parole: «Frattura complessa del femore. Serve un intervento. Costa, signora. Milleduecento euro se va bene. Con la riabilitazione arriva a milleottocento.»

Nora aprì la borsa. C’erano due banconote da cinquanta e il bancomat. «Lo faccia.»

«Lei è la proprietaria?»

«No,» disse Nora. «Ma quelli che lo hanno lasciato non torneranno per due settimane, e anche quando torneranno non gliene importerà.»

Il veterinario la guardò. Poi le porse un modulo: «Scriva che l’animale è stato abbandonato e che lei ne assume la custodia temporanea. Serve per aprire la cartella.»

Nora prese la penna e firmò. Da quel momento, Teo ebbe un nome in una cartella clinica accanto al suo.

Pagò con il bancomat. Milleottocento euro. Il bancomat fece bip, poi mostrò il saldo: 214 euro e 60 centesimi. Lei rimase un attimo a fissare lo schermo, poi ripose la carta nel portafogli.

L’intervento riuscì. Teo restò in clinica dieci giorni. Nora andava a trovarlo ogni pomeriggio, portava una coperta di pile e gli parlava del più e del meno. La domenica gli comprò un osso di gomma dal negozio di animali in via Zamboni.

Quando lo portò a casa, Teo zoppicava appena. Lei gli preparò una cuccia vicino al termosifone del soggiorno e gli mise una ciotola d’acqua vicino al tavolo. «Vedi? Qui non piove. E non devi aspettare nessuno.»

Teo la seguiva in ogni stanza. La notte dormiva sul tappeto davanti alla porta della camera. La mattina alle sette, quando Nora scendeva a prendere il caffè e la focaccia, lui le camminava accanto con il guinzaglio in bocca.

Poi, un martedì, tornarono. Nora li vide dal balcone. Laura aveva le braccia piene di sacchetti, Stefano trascinava le valigie. Teo era al guinzaglio accanto a Nora, sotto il portico, perché fuori pioveva fitto.

Laura si fermò. «Teo? Ma sei vivo!» Sganciò un sacchetto e corse verso di lui.

Teo scodinzolò, fece due passi. Poi si voltò verso Nora, che non si era mossa.

«Vi ringrazio» disse Laura, chinandosi. «Andiamo a casa, Teo.»

Il cane non si avvicinò. Si sedette accanto ai piedi di Nora, che teneva l’ombrello aperto sopra di lui.

«Teo!» insisté Laura. «Forza.»

Stefano si fece avanti: «Che succede? Signora, è il nostro cane.»

Nora strinse il manico dell’ombrello. «Era il vostro cane. Poi lo avete lasciato nel cortile come un cartone. Io l’ho raccolto sotto questo portico. È stato investito. Ha subito un intervento. Mi è costato milleottocento euro.»

«Non ti abbiamo chiesto di pagare!» sbottò Stefano.

«Nessuno vi ha chiesto di sparire e lasciarlo morire,» rispose Nora, senza alzare la voce. «Se volete riprendere il cane, rimborsatemi. Ho le ricevute.»

Laura guardò Stefano. Stefano scrollò le spalle: «Ma fammi il piacere. Non paghiamo un euro per un meticcio. Se vuoi tenertelo, tenitelo.»

Teo si mise a guaire sottovoce. La pioggia aumentò. Nora abbassò l’ombrello quel tanto da coprire meglio il cane. Poi disse: «Allora è deciso.»

Tirò fuori dalla tasca del cappotto un foglio piegato. Lo porse a Laura. «Questo è il conto. Milleottocento euro. Se cambi idea, lo trovi nella cassetta della posta.»

Stefano lo strappò. I pezzi caddero nel rigagnolo.

Nora non si chinò a raccoglierli. Si voltò e disse solo: «Andiamo, Teo.»

Il cane si alzò e la seguì senza guardarsi indietro. Laura rimase sotto la pioggia, con i sacchetti che si bagnavano. Stefano prese a calci una pozzanghera.

Il giorno dopo, Nora andò all’anagrafe canina dell’ASL. Portò il modulo della clinica, la cartella di Teo e una fotografia. Le fecero compilare un’altra scheda. Pagò trentasette euro di diritti.

«Ora il microchip è registrato a suo nome, signora Benedetti,» disse l’impiegata.

Nora guardò il tesserino. Sopra c’era scritto: Teo, meticcio, pelo rosso, proprietà: Nora Benedetti, via Saragozza 59, Bologna.

Mise il tesserino nella borsa.

Quella sera, qualcuno bussò alla porta. Era Stefano, con le chiavi della Golf in mano. «Mi hai fatto passare la giornata in questura. Ma il cane è mio. RIDAMMELO.»

Nora aprì solo lo spiraglio della catenella. «Il cane è registrato a mio nome da stamattina. Microchip e tutto. Se vuoi fare ricorso, fai pure. Il conto resta lì.»

Gli mostrò la fotocopia del tesserino. Stefano lo fissò, poi si girò di scatto. Nora sentì i suoi passi sulle scale, poi il pianto di Laura al piano di sotto. Non si mosse.

Qualche giorno dopo, il sole uscì. Teo era sul balcone, sdraiato su un tappetino, con il muso appoggiato alla ringhiera. Nora uscì con l’ombrello chiuso, appeso al braccio per abitudine. Camminarono fino ai Giardini Margherita. Teo si fermò davanti a una fontana e bevve. Nora si sedette su una panchina e osservò il cane. Non lo aveva più visto correre dietro a una macchina.

La sera, rientrando, trovarono sotto la porta una busta. Conteneva duecento euro e un foglietto: «Il resto a fine mese.» Laura e Stefano erano partiti di nuovo. Nora prese la busta, la infilò nel cassetto del comodino e chiuse il cassetto.

Teo si accovacciò accanto a lei. Nora gli grattò dietro le orecchie e disse: «Vedi? A volte non è questione di essere amati. È questione di essere scelti. Tu hai scelto l’ombrello.» Ma poi si pentì di quella frase, troppo da film. Invece prese un biscotto dalla scatola sopra il frigo e glielo diede. E Teo, quella notte, dormì con la pancia all’aria, senza sognare cancelletti e motori.

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