Il frigo vuoto di Concetta

Ho aperto il frigo di mia sorella e per un attimo ho pensato di aver sbagliato casa. Dentro c'erano solo un tubetto di concentrato di pomodoro, un limone ormai duro come un sasso e due contenitori di plastica con la pasta al forno che avevo cucinato io la sera prima. Uno era già mezzo vuoto. Nient'altro. Nemmeno un uovo, nemmeno una mozzarella, nemmeno una bottiglia d'acqua. Sul ripiano più alto, una bustina di lievito scaduta a marzo.

Dietro di me, Concetta si tirava il bordo della vestaglia di cotone sbiadita. Non l'avevo mai vista con quella vestaglia addosso. Sembrava un'altra donna, più piccola, più consumata.

"Sto per andare al mercato, domani. Ho finito tutto apposta, così non va a male con il caldo", ha detto, ma la voce le si è spezzata sull'ultima parola.

Io non ho risposto. Ho chiuso la porta del frigo con un clic che rimbombava nella cucina troppo pulita. Poi ho visto sul tavolo la confezione vuota di quelle pastiglie per la pressione che costano come un gioiello. E accanto, una pila di bollette con le cifre in rosso: 2.340 euro di arretrati.

Questo era martedì scorso. Ma la storia era cominciata tre settimane prima, quando mia sorella aveva iniziato a venire a casa nostra ogni santo giorno.

All'inizio mi faceva piacere. Concetta giocava con Tommaso, gli faceva i disegni, lo portava al parco. Ma poi restava a cena. E dopo cena, con una scusa qualsiasi, si faceva incartare gli avanzi.

"All'ufficio hanno messo un microonde nuovo", diceva infilando il contenitore nella borsa di pelle consumata. "Così domani pranzo con le ragazze, senza spendere al bar. Avete visto i prezzi? Un caffè costa 1,50 euro adesso."

Io stavo zitta. Ma dentro di me montava la rabbia. Concetta non era mai stata così. Lei, che fino a due mesi prima portava a Tommaso i regali da Intimissimi e mi riprendeva se mettevo troppo sale nella pasta. Lei, che aveva sempre un conto in banca con i risparmi e la pensione integrativa. Lei, che si vantava della sua posizione alla Banca Popolare di Bari.

"Non sono mica la mensa dei poveri", ho sbottato una sera, sbattendo lo sportello del frigo di casa nostra.

Mario ha alzato gli occhi dal telefono, seccato. "E tua sorella. È sola. Che vuoi che faccia, si metta a cucinare per sé?"

"Non è questo il punto", ho detto, sciacquando una padella. "Viene qui ogni giorno da tre settimane. Si ferma fino a tardi. E poi porta via metà della cena. Ieri ha preso la parmigiana che avevo fatto. L'altro ieri, tutta la teglia di lasagne."

Mario ha scrollato le spalle. "Magari non ha voglia di cucinare. Succede."

"Non ha voglia? Ma se prima non toccava nemmeno il cibo degli altri! Diceva che il mio ragù era troppo unto. E adesso spazzola tutto come se non mangiasse da una settimana."

Mario ha sbadigliato. "Sei fissata. Lasciala stare."

Quella testardaggine maschile di non voler vedere l'ovvio mi ha fatto venire i brividi. Concetta non era una mangiona. Concetta era una che al ristorante lasciava sempre metà piatto. E poi aveva uno stipendio da capoufficio, una bella pensione, la casa di proprietà. Perché rubava gli avanzi?

Il giorno dopo, quando Mario era al lavoro e Tommaso dormiva, ho preso la macchina e sono andata a trovarla. Avevo un pretesto: dei disegni che Tommaso aveva fatto per la zia e un barattolo di marmellata di fichi che aveva preparato nostra madre in campagna.

Nel portone di via Sparano c'era la solita puzza di polvere e vecchie biciclette. C'era un caldo appiccicoso, e dal panificio all'angolo arrivava l'odore del pane appena sfornato. La gatta rossa dei vicini era accucciata davanti alla porta di Concetta, ma non miagolava. Di solito miagolava sempre, perché Concetta le dava gli avanzi. Quel giorno stava zitta, come se avesse già capito che non c'era niente da mangiare.

Ho suonato. Concetta ha tardato ad aprire. Quando ha aperto, indossava quella vestaglia sbiadita e aveva la faccia di chi non dorme da giorni. Mi ha vista e ha fatto un passo indietro, come se avessi scoperto un segreto.

"Giulia? Perché non hai chiamato?"

"Sono passata per caso", ho detto, entrando senza aspettare invito. "Tommaso ti ha fatto questi. E mamma ha mandato la marmellata di fichi, quella che piace a te."

Ho appoggiato il barattolo sul tavolo. La cucina era pulita da far paura. Nemmeno una tazza sporca nel lavello. Nemmeno la solita cesta del pane. Solo una bottiglia d'olio vuota.

Ho aperto il frigo. E lì ho visto quello che ho già raccontato.

Concetta stava dietro di me, e si tirava il bordo della vestaglia come se volesse strapparlo.

"Giulia, io… ho mangiato tutto prima delle ferie", ha detto in fretta. "Domani vado al mercato. Compro carne fresca, formaggio, verdura…"

Non ho risposto. Ho guardato il tavolo. La confezione vuota di Cardioaspirina. Le bollette non pagate. Un foglietto con la scritta "affitto scaduto" e un'altra cifra: 750 euro.

"Sì, ho capito", ho mormorato, ma non era vero. Non avevo capito niente.

Sono uscita in fretta, con un nodo in gola. Concetta non mi ha accompagnata alla porta.

Quella sera, appena Mario è rientrato dal lavoro, gli ho svuotato il sacco.

"Nel frigo di tua sorella non c'è niente, Mario! Solo due contenitori con la pasta che le ho dato io ieri. Nemmeno una crosta di pane. E ci sono bollette non pagate per 2.340 euro. E la confezione vuota delle pastiglie per la pressione."

Mario si è tolto la giacca con calma. "Sai com'è fatta Concetta. Avrà finito la spesa prima delle vacanze. Domani va al mercato. Non farne un dramma."

"Un dramma?" Ho alzato la voce. "Mario, tua sorella ha 64 anni e non ha più un lavoro. L'hanno licenziata un mese e mezzo fa. Lo so che non me l'ha detto, ma l'ho capito. E tu sai quanto costano quelle medicine? 87 euro a scatola. E la pensione le basta a malapena per l'affitto."

Mario è rimasto con la giacca a metà. "Ma che dici? Concetta ha un buon stipendio alla banca. Ha sempre avuto risparmi."

"Apri gli occhi, Mario. Da tre settimane viene qui a mangiare i nostri avanzi. Non è una vacanza. È fame."

Alla fine, dopo mezz'ora di discussione, Mario si è infilato le scarpe. "Andiamo da lei."

Siamo arrivati in via Sparano alle nove di sera. Concetta ha aperto subito, come se ci stesse aspettando. Ci ha visti tutti e due e si è rimpicciolita, come se avesse paura di essere sgridata.

Mario è andato dritto in cucina. Ha aperto il frigo. Ha fissato il tubetto di concentrato di pomodoro e il contenitore mezzo vuoto. Poi si è voltato verso di lei, con la faccia bianca.

"Concetta. Cosa sta succedendo?"

Lei si è seduta su una sedia, con le mani intrecciate sulle ginocchia. Per un po' ha guardato fuori dalla finestra, verso il balcone con i panni stesi.

"Niente di particolare", ha detto piano. "Sono solo in un momento un po' difficile. Passa tutto, non vi preoccupate."

"Come fai a dire che passa tutto?" Mario si è inginocchiato davanti a lei. "Sei senza lavoro? Parlami."

Concetta ha abbassato le spalle. Tutta la sua vecchia boria da capoufficio era sparita, come cenere al vento.

"Mi hanno chiesto di andarmene", ha detto, guardando un punto sul muro sopra di lui. "Il nuovo direttore, un ragazzino, mi ha detto che era ora che i pensionati tornassero a casa a riposare. Che dovevo lasciare il posto ai giovani. C'era una raccomandata, la figlia di un politico. E io… io non ho detto niente. Ho firmato le dimissioni."

"Dimissioni? Ma sei matta?" Mario è scattato in piedi. "E ci hai detto che eri in ferie?"

"Che cosa dovevo dirvi? Che mi hanno buttata fuori come una vecchia?" Concetta ha alzato gli occhi. Erano lucidi, ma non piangeva. "Non voglio pesare su di voi. Avete il mutuo, Tommaso che cresce. Ogni euro conta. Io sono una donna forte, pensavo di cavarmela da sola."

Poi ha indicato il tavolo, con le confezioni vuote. "Ho pagato l'affitto e le bollette con la liquidazione. Ma le medicine nuove per la pressione… 87 euro a scatola. E la pensione mi lascia poco più di 650 euro al mese. Dopo l'affitto, mi restano 87 euro per mangiare. Capito? 87 euro per un mese intero."

Mario è rimasto immobile, con le mani nei capelli. Io mi sono appoggiata al muro, perché mi tremavano le gambe.

"Per questo venivi a casa nostra", ho detto, con la voce rotta. "Non era per le ferie. Era per non morire di fame."

Concetta non ha risposto. Ha solo fissato le sue mani intrecciate. Ma io non ho visto vergogna. Ho visto orgoglio spezzato.

"Sorellina", ha detto Mario, e la parola mi ha colpita più di un pugno. "Domani andiamo al supermercato. Adesso."

"Ma io…" ha provato a protestare.

"Adesso", ha ripetuto Mario. Ha preso il suo cappotto dall'attaccapanni e gliel'ha porto. "E smettila con questi stupidi trucchi per non farci preoccupare. Se scopro che salti anche un solo pasto, ti porto a casa nostra e ti chiudo dentro."

Concetta ha cercato di ribattere, ma non ce l'ha fatta. Si è infilata il cappotto senza dire una parola.

Nei giorni successivi, le cose sono cambiate. Mario è andato da lei ogni settimana con le buste piene. Le ha riempito il freezer di carne, verdure surgelate, pane in cassetta. Ha comprato le medicine per tre mesi.

Ma io non ero tranquilla. Sentivo che dovevo fare qualcosa di più concreto. Così, il giovedì mattina, sono andata alla banca. Ho chiesto alla impiegata di pagare tutte le bollette arretrate di mia sorella. In totale erano 2.340 euro. Ho preso i miei risparmi, quelli che tenevo per le emergenze di Tommaso, e ho fatto un bonifico.

Poi sono tornata a casa e ho compilato un modulo online per attivare un pagamento automatico mensile: 150 euro sul conto di Concetta, ogni primo del mese, per le medicine e le spese fisse.

Ho stampato la ricevuta e l'ho messa in una busta. Quando Concetta è venuta a trovarci quel pomeriggio, le ho dato la busta.

"Cos'è?" ha chiesto, sospettosa.

"Apri."

Ha aperto, ha letto. È rimasta ferma con la carta in mano, senza capire. Poi ha alzato gli occhi verso di me.

"Giulia, non puoi. Questi sono i tuoi soldi. Io non…"

"Puoi smetterla di dire che non vuoi niente", l'ho interrotta. "Da oggi le bollette le pago io. Tu pensa solo a mangiare e a curarti. E se ti vergogni ancora, ricordati che ci hai cresciuti da sola dopo che papà se n'è andato. Questo è il minimo."

Concetta ha aperto la bocca, poi l'ha richiusa. Ha guardato la ricevuta, poi me, poi di nuovo la ricevuta. Alla fine ha infilato la busta nella borsa, con calma, e ha mormorato: "Grazie."

Non ha detto altro. Ma la sera, quando è andata via, ha preso il contenitore con le polpette che avevo cucinato. L'ha infilato nella borsa con una scusa: "A me domani mattina con un po' di pane duro vengono buone. Tu le hai fatte troppo asciutte."

E io ho riso.

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