Il giorno in cui ho chiesto del pastore tedesco

Era un martedì di novembre, di quelli che a Palermo il vento di scirocco porta sabbia e un caldo falso, e io ero davanti al cancello del canile municipale di via Tiro a Segno con ancora il caffè nello stomaco. Avevo visto la foto sul sito due sere prima: un pastore tedesco sdraiato in fondo a un box, le orecchie basse, il muro scrostato dietro di lui, e sotto la scritta "Rambo, 9 anni, anziano". Solo che non l'avevo scelto io. Era lui che, in quella foto, non guardava l'obiettivo. Guardava la porta. E qualcosa, non so bene cosa, mi ha portato lì.

La ragazza del canile, Miriam, una con i capelli raccolti e il badge storto, mi ha accompagnata lungo il corridoio. C'erano box su box, abbai, salti, code che sbattevano. Lui no. Lui era in fondo, in un box più silenzioso. Quando mi sono fermata davanti alla rete, non si è alzato. Ha solo sollevato la testa, un secondo, come se stesse verificando se ero lì per sbaglio. Poi l'ha riabbassata sulle zampe.

"È qui da otto mesi," ha detto Miriam. "Gli altri cuccioli entrano ed escono. Lui continua a essere saltato. Troppo grande, troppo scuro, troppo anni."

Ho chiesto se potevo entrare. Miriam ha aperto la rete e io mi sono seduta per terra, sul cemento. C'era una ciotola d'acqua appoggiata contro la parete, un asciugamano grigio steso in un angolo. Il cane non si è mosso. Io sono rimasta lì, a guardare i suoi fianchi che si alzavano e si abbassavano, e a pensare a quanto pesa il cemento, dopo otto mesi, sulle anche di un cane che un tempo correva.

Poi ho allungato una mano. Lui ha annusato l'aria, non la mano. Ha socchiuso gli occhi, e lì, in quel silenzio, ho visto qualcosa lucido.

Gli lacrimavano gli occhi. Davvero. Da tutte e due le parti, senza un lamento.

Non so quanto sono rimasta seduta.

So che quando mi sono alzata, avevo i jeans sporchi e una decisione presa.

Miriam mi ha dato il guinzaglio. Ho aperto il cancello del box e Rambo si è alzato con una fatica che non era solo fisica. Ha attraversato il corridoio camminando attaccato al muro, senza guardare gli altri cani, senza abbaiare. Arrivato davanti alla porta d'uscita, si è fermato. Ha guardato me. Poi ha guardato il cielo, che si vedeva dal vetro.

"È strano," ho detto a Miriam, "non tira il guinzaglio."

"Non ci crede ancora," ha risposto lei.

Non ci credeva. Dopo otto mesi, uscire non è subito libertà. È un vuoto che si apre davanti. È non sapere se il viaggio finisce in una casa o in un altro cancello.

L'ho fatto salire dietro, sulla vecchia Fiat Panda che era di mio padre. Lui si è seduto alla perfezione, la schiena contro il sedile, il muso rivolto al finestrino. Non ha toccato niente. Non ha leccato niente.

Mentre guidavo, l'ho guardato dallo specchietto. Non piangeva più. Teneva il muso contro il vetro e guardava passare i palazzi di via Ernesto Basile, i cassonetti, le bancarelle, il traffico. Ogni tanto chiudeva gli occhi, come se il sole gli desse fastidio. Ma non si è mai sdraiato.

A un semaforo, ho allungato la mano indietro e l'ho toccato sulla nuca. Non si è girato. Ha solo sbattuto una volta le palpebre.

Siamo arrivati a casa che era pomeriggio. L'ho lasciato annusare il cortile, poi l'ho portato dentro. Lui è rimasto sulla soglia per un quarto d'ora, con la coda ferma, le orecchie su. Io intanto ho aperto le finestre, ho messo l'acqua, ho preparato una ciotola. Quando mi sono seduta sul divano, lui ha attraversato la stanza, le unghie che ticchettavano sul pavimento, e si è sdraiato ai miei piedi. Così, senza rumore.

Per due giorni non ha abbaiato.

Il terzo giorno ha mangiato davanti a me. Il quinto ha preso il biscotto dalla mia mano. Il decimo, mi ha seguita fino in camera e si è messo accanto al letto.

Ma la cosa che non dimenticherò mai è il mattino del ventiduesimo giorno. Ero in cucina, stavo preparando il caffè, e dalla porta d'ingresso è entrato mio fratello. Rambo era in cortile, sdraiato al sole. Quando ha sentito il cancello, si è alzato in piedi. Non è corso incontro. Non ha abbaiato. Solo, per la prima volta da quando era lì, ha scodinzolato. Una volta. Due. Poi è tornato a sdraiarsi.

Mio fratello si è fermato. "Ma è un altro cane?" ha chiesto.

"È lo stesso."

"Non sembra."

Aveva ragione. Non era più lo stesso. Non perché fosse cambiato. Ma perché per la prima volta, forse, qualcuno lo guardava senza vedere un numero.

Ecco, io non so se piangeva per il dolore, per la paura, o per lo stupore. Non lo saprò mai. E non importa.

Importa che il quindici dicembre, quando sono tornata dal lavoro, ho trovato sul tavolo la busta del veterinario. Era il risultato delle analisi. Ho chiamato il dottore. Mi ha detto che Rambo ha una displasia all'anca, che va gestita, che ci vogliono attenzione e soldi. Mi ha chiesto se volevo pensare a una soluzione. Gli ho risposto di no. Poi sono uscita in cortile con il telefono in mano, il veterinario ancora in linea, e ho fatto tre foto al cane. Una al muso, una alle zampe, una alla coda che muoveva, piano. Le ho inviate a me stesso, giusto per avere una prova.

Il giorno dopo ho comprato un materassino ortopedico, integratori per le articolazioni e una nuova pettorina. Ho speso 340 euro. Li ho pagati con la carta, senza pensarci troppo. Poi ho chiamato il canile e ho chiesto di Miriam. Le ho detto che Rambo stava bene. Che non lo riportavo indietro. Che da quel momento il suo posto era con me.

Miriam ha fatto una pausa. Poi ha detto: "Posso venirli a trovare un giorno?"

"Quando vuoi."

Ho riattaccato. Rambo era lì, accanto a me, il muso appoggiato sulla mia scarpa. Ho posato il telefono sul davanzale e gli ho grattato il collo. Lui ha sbattuto le palpebre. Poi ha sospirato.

Ora, quando la sera chiudo la porta di casa, sento il ticchettio delle sue unghie sul pavimento. Mi segue in cucina, si sdraia accanto alla sedia. Ogni tanto, al mattino, lo porto al lungomare di Sant'Erasmo, e lui cammina con il muso contro il vento.

Non lo chiamo più Rambo. Lo chiamo Bruno. Perché è più morbido, più da cortile, più da casa. E perché adesso è un cane con un nome, non con una scheda.

L'altro giorno, al parco, una signora mi ha fermato. Mi ha detto: "Che bello il suo pastore tedesco, quanti anni ha?"

"Quasi dieci."

"Peccato," ha fatto lei, "alla sua età…"

Non ha finito. Io non ho risposto. Ho solo agganciato il guinzaglio e ho proseguito.

Bruno mi camminava accanto, con il suo passo lento, le unghie che suonavano sul marciapiede.

E io tenevo il guinzaglio stretto in mano, non per trattenerlo.

Solo per il gusto di non doverlo più dire a nessuno.

Rate article
Mediatop Newsline
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

Il giorno in cui ho chiesto del pastore tedesco