Il martedì pomeriggio Chiara stava piegando il bucato in terrazzo, con la radio che gracchiava le previsioni dei pollini, quando sentì la chiave girare nella toppa due volte, poi una terza, come se qualcuno forzasse la serratura con un mazzo sbagliato. Posò una federa sul tavolino di ferro battuto e attraversò il corridoio giusto in tempo per vedere Paolo che spingeva la porta con la spalla, una mano aggrappata a due borsoni neri, l’altra sulla maniglia. Dietro di lui, in mezzo al pianerottolo che sapeva di chiuso e di polvere del cantiere al piano di sopra, due bambini identici con zainetti a forma di dinosauro la fissavano come se avessero sbagliato citofono.
— Cosa hai portato in casa mia? — Chiara non alzò la voce, ma ogni parola si piantò nel silenzio del corridoio come un chiodo in una suola.
Paolo lasciò cadere i borsoni accanto all’attaccapanni e si passò una manica sulla fronte. Faceva ancora freddo per essere fine marzo, ma lui aveva la camicia fradicia sulla schiena.
— Chiara, non cominciare. È cambiato tutto. Cristina ha avuto un… un contrattempo. Matteo e Tommaso staranno qui un mese, forse due.
— O forse tre. — Chiara andò verso i bambini, si inginocchiò e indicò la stanza in fondo al corridoio. — Ragazzi, lì dentro c’è una scatola piena di mattoncini. Andate a fare la torre più alta che riuscite, mentre io e papà parliamo.
I due sparirono con gli zainetti che sbatacchiavano. Chiara chiuse la porta del soggiorno e si voltò verso suo marito.
— Paolo, ti rendi conto che è martedì? Non sabato, non domenica, non un ponte. E tu arrivi con due bagagli e una decisione già presa.
— E cosa dovevo fare? Sono i miei figli. Dovevano dormire in strada?
— Strano. Quando ci siamo sposati davanti al sindaco a Frascati, mi hai giurato che i gemelli sarebbero vissuti con Cristina. Punto. Cosa è successo, la tua memoria funziona solo per le cose che ti fanno comodo?
Paolo fece un passo avanti puntando l’indice sul pavimento di graniglia, quello che la nonna di Chiara aveva fatto lucidare per trent’anni.
— Non ti devo rendere conto dei miei figli. Questa è anche casa mia.
— No, Paolo. Questo appartamento è mio. Lo era prima di te, e lo sarà dopo. Se hai dubbi, nello studio del notaio c’è un foglio con un solo cognome, e non è il tuo.
Chiara tirò fuori il cellulare dalla tasca dei jeans e cominciò a scorrere la rubrica. Lui sbiancò appena riconobbe il nome sul display: *Signora Anna*, la suocera che tutti chiamavano Annina, quella che mandava ancora le cartoline dalle terme di Chianciano.
— Chiara, posa quel telefono. Non ti azzardare a chiamare mia madre.
— Perché? Tu prendi decisioni per due, magari lei non sa che è diventata nonna a tempo pieno senza nemmeno un preavviso.
Lo squillo partì. La signora Anna rispose al quarto colpo, con la voce ancora impastata dal pisolino pomeridiano.
— Annina, buonasera, sono Chiara. Mi dica una cosa: lo sapeva che Paolo ha traslocato Matteo e Tommaso da noi? Definitivamente. Borse, giochi, tutto.
Dall’altra parte cadde un cucchiaino su un piattino. Poi un sospiro.
— Chiara mia, non ne so niente. Quel ragazzo mi dice che va a Berlino per lavoro e invece… quanti bagagli?
— Due borsoni. E la frase magica: “un mese, forse due”. Quindi le chiedo: è un piano di famiglia o una sua improvvisata?
— Dio mio. Senti, io ti sono grata per tutta la pazienza che hai. Ogni fine settimana te li tieni tu, mentre lui dice che è dall’amico a Anguillara o dalla mamma. E io la mamma non lo vedo da Pasqua.
— Annina, mi serve l’indirizzo esatto di Cristina. Voglio capire perché ha mollato i bambini come pacchi alla posta.
La suocera glielo diede senza esitare: via Gelsomino, 17, interno 5, a due passi dalla stazione Tiburtina. Paolo era rimasto con la schiena contro la carta da parati a righe, le labbra bianche.
— Perché ti serve quell’indirizzo? Cosa vuoi fare?
— E tu perché sei pallido? Se non hai nulla da nascondere, cosa ti spaventa?
— Non ti riguarda, Chiara. Non sono affari tuoi.
— Ah no? I bambini dormono nel mio letto a castello, mangiano nella mia cucina, fanno i compiti sul mio tavolo di ciliegio. Ogni sabato e domenica ci disegno, gli preparo la pastina in brodo, gli metto le gocce per l’allergia, mentre tu sei “dall’avvocato” o “da Annina”. Solo che Annina non ti vede, l’avvocato ce l’ho io. Allora dove sparisci il fine settimana, Paolo?
— Non devo spiegarti niente!
— Vero. Non devi. Ma io non devo fare la baby-sitter per i figli di un’altra mentre il loro padre fa il turista con la coscienza a posto. Dammi il numero di Cristina.
Lui indietreggiò fino a urtare la mensola dei vasi di coccio, quelli comprati al mercato di Porta Portese. Non rispose.
— Sai, quando uno non ha scheletri nell’armadio non urla. Di solito ti passa il telefono e si beve un caffè. Tu invece hai la faccia del gatto che ha appena rovesciato la ciotola del tonno e prova a fare finta di niente.
Chiara andò a preparare il divano letto per i gemelli, stese le lenzuola buone e mise due asciugamani piegati a cigno come faceva sua zia quando lei era bambina. Quella notte dormì a occhi aperti, ripensando a una frase che la sua amica del corso di ceramica le aveva detto un anno prima: «Attenzione ai vedovi inconsolabili che si fregano il pupo a metà settimana, Chiara. Mia cugina ci è andata sotto con la casa e con i risparmi». Allora aveva riso, adesso sentiva lo stesso formicolio sulla nuca che precede un temporale.
La mattina dopo Paolo uscì di buon’ora dicendo che doveva sbrigare una pratica in banca. Chiara aspettò dieci minuti, infilò ai gemelli le felpe e li portò dalla suocera. Annina aprì la porta, vide i nipoti e senza dire una parola li fece entrare, mettendo sul fuoco il latte per la cioccolata calda.
— Chiara, ti prego, non decidere di pancia.
— Annina, mi dà l’indirizzo esatto di Cristina? Via Gelsomino, sì, ma numero e interno?
— 17, interno 5. Sali a piedi, l’ascensore è guasto. E non fare sciocchezze.
— Non le farò. Userò il bisturi, non l’accetta.
Arrivò a Tiburtina con il tram che sferragliava sui binari disallineati. Il palazzo di via Gelsomino odorava di cavolfiore bollito e di ascensore fermo al terzo piano. Salì le scale, si fermò davanti all’interno 5 e premette il campanello. Passi, un colpo di tosse, lo scatto della serratura. La porta si aprì su Paolo, in canottiera e pantaloni della tuta, con una tazzina da caffè in mano. Dietro di lui, appeso all’appendiabiti a muro, un giaccone da donna color cammello. Due ciabatte di pelo sintetico, numero 37.
Chiara lo guardò senza dire una sillaba. Lui aprì la bocca, la richiuse, poi farfugliò qualcosa sul rubinetto che perdeva e un cellulare dimenticato. Lei si voltò e cominciò a scendere le scale, contando mentalmente i gradini per non mettere un piede in fallo.
— Chiara, ti prego, non è come pensi! La stavo solo aiutando con la dichiarazione dei redditi!
La voce rimbalzò nella tromba delle scale, dilatata, ridicola. Chiara uscì nel cortile, inspirò l’aria fredda del pomeriggio e compose il numero dell’avvocata, una vecchia compagna di liceo che adesso aveva studio in zona Prati. Poi chiamò un fabbro che conosceva dai tempi del restauro della casa al mare a Sabaudia.
Quella sera stessa, mentre Paolo era ancora fuori a inventarsi un’altra scusa, Chiara radunò i suoi vestiti in due valigie, prese dal comò i documenti dell’appartamento e andò dalla suocera a prendere i bambini. Li riportò a casa, li mise a dormire e solo allora firmò il foglio che aveva preparato: una scrittura privata con cui metteva in vendita l’immobile. Il giorno dopo trovò un’agenzia che le offrì una caparra di ventottomila euro su un prezzo complessivo di quattrocentonovantamila. Andò dal notaio, firmò il compromesso, incassò l’assegno circolare e lo depositò su un conto intestato solo a lei.
Il fabbro arrivò giovedì mattina, mentre Paolo era uscito a comprare le paste per la colazione dei bambini. In trenta minuti la serratura della porta blindata divenne un’altra cosa, con tre mandate e una chiave a doppia mappa che Chiara infilò nella tasca del cardigan. Poi lei scese dal portiere, un signore calabrese che riparava orologi sul tavolino della guardiola, e gli lasciò due sacchi neri chiusi con il nastro americano. «Per favore, se il signore si presenta, gli dica che sono cose sue.» Il portiere annuì senza fare domande, abituato alle stranezze del condominio.
Paolo tornò al civico 34 di via dei Salici alle undici e mezzo, con il sacchetto della pasticceria in mano e il fiatone per le scale. Infilò la chiave nella toppa. La girò. La chiave non entrò fino in fondo. Provò di nuovo, dando un colpo secco. Niente. Si mise a suonare il campanello con insistenza, finché dall’interno arrivò la voce di Chiara, calma come quando leggeva i bugiardini dei medicinali.
— L’appartamento non è più nostro, Paolo. L’ho venduto. Il rogito è fra due settimane, ma la caparra è già sul conto. I tuoi figli stanno bene, sono con tua madre, che adesso sa tutto e ha smesso di prendere le gocce per la pressione per il dispiacere. Le tue valigie sono dal portiere, insieme alla copia dell’atto di citazione per la separazione. La prossima volta che suoni a questa porta, risponderà un’altra famiglia.
Dall’altra parte del legno si sentì un tonfo sordo, forse il sacchetto delle paste caduto per terra. Poi il silenzio, rotto solo dallo scatto della chiave di Chiara, che dall’interno fece scorrere il chiavistello di sicurezza, uno di quelli vecchi, massicci, che sua nonna aveva fatto installare quando ancora in Italia l’oro si teneva in casa.
Lei non aprì. Andò in cucina, prese la tazzina del caffè che aveva lasciato a metà e rimase in piedi a guardare la pianta di basilico sul davanzale, quella che aveva comprato al mercato di Campo de’ Fiori la settimana prima. Aveva tre foglie nuove, minuscole, di un verde che sembrava dipinto.







