La serratura nuova di via dei Bacchettoni

Il caffè sapeva di lontano, di chicchi che avevano preso il sole su una collina etiope. Sorseggiavo piano, appoggiato alla ringhiera in ferro battuto della terrazza, e guardavo i tetti di Lucca tingersi di rosa nel tramonto di settembre. Dopo sei mesi di lavori, la nostra casa in via dei Bacchettoni sapeva ancora di calce e di legno di castagno. Avevo staccato un pezzetto di nastro blu dallo stipite della portafinestra solo la mattina prima, e mi sembrava di camminare su un ring finalmente tutto mio.

Marta mi raggiunse con due tazzine pulite in mano, come se dovesse sostituire quelle ancora mezze piene che avevamo davanti. Aveva le labbra strette in una piega che conoscevo bene: la piega di chi sa di dovermi dire qualcosa che mi avrebbe fatto passare la voglia di zucchero.

«Ale, non ti arrabbiare, vero?»

Appoggiai la tazzina sul muretto. «Non so ancora di che cosa stiamo parlando, però sì, mi arrabbio. È un riflesso condizionato: ogni volta che una frase comincia con “non ti arrabbiare”, la mia pressione si regola da sola. Come un barometro prima del temporale. Sentiamo.»

Lei mise giù le tazzine e non mi guardò. «Sabato vengono Silvia e Dario. A pranzo.»

Rimasi zitto per qualche secondo. Dietro di lei, nel soggiorno appena tinteggiato, c’erano ancora tre scatoloni con le scritte “libri sala”, “inverno” e una, la mia preferita, con su scritto “cose fragili — vedi tu”. La nostra roba non aveva ancora finito di trovare il suo posto, e già qualcun altro reclama spazio.

«Marta, abbiamo cambiato casa da meno di un mese. Non abbiamo neanche attaccato il lampadario in sala. E tu vuoi invitare tua sorella e quel marito?»

«Non l’ho invitata. Si è invitata lei. Mi ha scritto: “Sabato siamo a Lucca per la mostra dell’antiquariato, ci fermiamo a pranzo da voi”. Non era una domanda. E io…»

«E tu non hai saputo rispondere con una frase che cominciasse per N e finisse per O.» Lo dissi senza cattiveria. Conoscevo Marta da dodici anni. Aveva costruito carriera un mattone dietro l’altro in uno studio notarile con la tenacia di chi pattina sul marmo, ma con la sorella tornava sempre la bambina che divideva la merenda sotto gli occhi di una madre pronta a bacchettare l’egoista di turno.

«Silvia è mia sorella maggiore. Se dico di no, parte la telefonata a mia madre. E poi quella al cugino, e poi gli audio su WhatsApp. Mi tocca sorbirmi la solfa di quelli che “non avete figli, siete egoisti, adesso che hai una casa grande non vuoi vedere nessuno”. Lo sai che lei sa dove colpire.»

Presi la tazzina e la vuotai d’un fiato. Era tiepida. Odiai il caffè tiepido, ma odiai di più l’idea che la nostra isola felice venisse occupata da due persone che la consideravano un parcheggio con buffet.

«D’accordo. Vengano. Però il pranzo lo faccio io. E il menù lo scelgo io. E le regole pure. Quando entreranno, scopriranno che questa casa ha un padrone, non un guardiano di sala giochi.»

Marta mi sorrise per la prima volta da quando era uscita con quelle tazzine, un sorriso che sapeva di scuse anticipate e di speranza. Non dissi nulla. Dentro di me, il barometro segnava ancora variabile, ma per amore si stringono i denti. Anche se fanno male.

Sabato, poco dopo mezzogiorno, una Fiat 500 color giallo taxi si fermò in fondo alla stradina acciottolata. La marmitta tossì due volte e tacque. Il vicino, il signor Gori, annaffiava i gerani al balcone e guardò la scena con l’aria di chi conta i turisti e trova un’anomalia. Dalla macchina scese Silvia, con un cappotto verde troppo pesante per la stagione e un paio di occhiali da sole a specchio che riflettevano il campanile di San Frediano. Dietro di lei, Dario tirò fuori una borsa frigo che aveva l’aria di essere lì per portarsi via gli avanzi.

«Finalmente, raga!» Silvia si precipitò dentro senza nemmeno pulirsi i piedi sullo zerbino nuovo, quello con su scritto “Benvenuti” in script. «Pensavamo di fare l’alba sulla porta. Ma che bella, eh, questa topaia ristrutturata. Speriamo solo non ci siano ancora le trappole per topi.»

Feci un respiro lento. Poi un altro. «Benvenuti. Accomodatevi in sala. Il pranzo è quasi pronto.» Indicai il divano senza far sedere nessuno, giusto per segnare il territorio. Dario si lasciò cadere sulla poltrona di velluto blu e appoggiò i piedi, con le scarpe, sul tavolino di radica che avevo lucidato quella mattina con la caucciù.

«Dario, le scarpe.» Lo dissi con voce piatta, come chi legge una multa.

«Aoh, mica siamo in chiesa. Tanto non è mica un mobile antico, è roba vostra.»

«È roba mia, appunto. E se vuoi appoggiare i piedi, ti procuro un cuscino. Anzi, no, non ti procuro un cuscino. Togli le scarpe dal tavolo, per favore.»

Silvia scoppiò a ridere, quel riso acuto che ti fa sobbalzare il nervo ottico. «E dai, Ale, non fare il preciso. Siete diventati borghesucci, con ‘sta casa nuova. Vi ricordate quando mangiavamo le pizze sul pavimento a casa della nonna?»

Marta mise in tavola un tagliere di salumi e formaggi di pecora, tutta concentrata a non far cadere i bicchieri. Io mi piazzai in cucina a finire il sugo, ma le orecchie restarono in sala a intercettare ogni vocale.

«Allora, Marta, ‘sti figli?» attaccò Silvia prendendo un pezzo di finocchiona con le dita. «Hai trentasette anni, mica diciassette. Qui si aspetta il nipotino, e invece niente. Il vostro orologio biologico fa il rumore di un conto alla rovescia che scade.»

Marta rimase con una fetta di pane a mezz’aria. «Silvia, sono cose nostre. Non abbiamo ancora deciso…»

«Deciso?» Dario alzò la bottiglia di vino e se ne versò mezzo bicchiere senza offrirlo ad altri. «Non avete tempo, ecco cos’è. Lavorate come due muli e il sabato lucidate i pavimenti. Altro che pannolini. Qui manco la televisione accendono per paura che si segni lo schermo.»

Entrai in sala con la teglia di lasagne. La appoggiai senza grazia. «La televisione l’abbiamo messa nello studiolo, per vostra informazione. E le lucidatrici a vapore non fanno paura ai bambini. Ne facciamo volentieri a meno dei commenti da bar sport.»

«Ma guarda che modi.» Silvia mi puntò il dito. «Io sono la sorella, non una vicina. Posso parlare.»

«Puoi parlare. Come posso parlare io. E io dico che in questa casa il rispetto è il primo ingrediente. Niente rispetto, niente pranzo. Il menù è semplice.»

Dario posò il bicchiere con un tonfo. «Fate i preziosi perché adesso avete il mutuo e vi sentite ricchi. Vi siete scordati quando vi abbiamo prestato la macchina per andare a Pisa due anni fa?»

Marta arrossì. «L’avevamo ringraziata, quella macchina. Ti ho anche pagato il pieno e la revisione.»

«Ah, mettiti a fare la contabile.» Silvia si alzò in piedi. «Sei sempre la solita, Marta. Appena avete due soldi, dimenticate da dove venite. Nostro padre ci ha cresciute mica con questi spocchiosi modi da signorini.»

Presi un piatto e lo misi davanti a lei. «Siediti, Silvia. Assaggia le lasagne. Sono buone. Puoi parlare con la bocca piena, ma almeno parlerai di cibo e non di noi. Anzi, no. Mangia e basta. Quando avrai finito, ti prego di aiutare tua sorella a sparecchiare. E poi, con calma, tornate alla vostra mostra di antiquariato. Il pomeriggio è lungo, troverete reperti interessanti. Qui, invece, reperti di maleducazione ne abbiamo già abbastanza.»

Silvia rimase con la forchetta a mezz’aria. Dario borbottò qualcosa di incomprensibile tra i denti. Marta mi guardava come si guarda un equilibrista che ha appena attraversato un filo senza rete.

Non successe niente per due minuti buoni. Poi Silvia posò la forchetta e si alzò. «Andiamo, Dario. Non abbiamo bisogno di farci trattare così. Chiamerò mamma. Le dirò che sua figlia è diventata un’estranea, una che mette il marito davanti al sangue.»

Marta scattò in piedi, le lacrime pronte. «Silvia, aspetta…»

«Lasciala andare.» Le posai una mano sul braccio. «Nessuno ti obbliga a tollerare. Nessuno.»

Li accompagnai alla porta senza dire una parola. Silvia raccolse il cappotto e mi lanciò uno sguardo velenoso. Dario, sulla soglia, si girò: «Bravo, il nuovo padrone di casa. Complimenti. Vedrai che tra un anno la noia ti farà rimpiangere le nostre risate.»

Risi. Non potei trattenermi. «Le tue risate forse. Quelle di Silvia no. Buon pomeriggio.»

Chiusi la porta. Il rumore del chiavistello girò nella corsia vuota dell’ingresso e mi parve musica.

La mattina dopo, alle otto e mezza, suonai al campanello di Lorenzo, il fabbro di via del Fosso. Lo conoscevo perché aveva montato la ringhiera. Arrivò con la cassetta degli attrezzi, mi guardò con aria perplessa.

«Ale, la serratura è nuova, l’ho montata io due mesi fa.»

«Lorenzo, lo so. Ma la voglio diversa. Voglio una chiave che non possa essere duplicata senza un codice. E voglio che le due copie le abbia solo io e mia moglie. Nessun altro.»

Lorenzo alzò le spalle. «Ci vogliono ottantaquattro euro e cinquanta. E un’ora di lavoro.»

«Lavora.»

Quando finì, mi consegnò due chiavi con la testa zigrinata. Ne diedi una a Marta, che nel frattempo era scesa in cucina con gli occhi gonfi.

«Ora solo noi due apriamo quella porta. Nessun altro. Silvia potrà anche venire, ma dovrà suonare. E aspettare. E se non ci saremo, resterà fuori. Come qualunque estraneo.»

Marta strinse la chiave nel palmo. «E se mamma mi chiama?»

«Risponderai. E dirai che la porta ha una serratura nuova. E che non hai più copie da dare in giro, perché quelle di scorta le abbiamo noi e basta. Poi, se insiste, le passerai me. Le spiegherò il funzionamento del meccanismo con dovizia di particolari.»

Quattro giorni dopo, un mercoledì pomeriggio di pioggia, sentimmo la suonata del campanello. Guardai il monitor del videocitofono che avevo fatto installare sopra l’anta del portone, un gingillo da centoventi euro che fino a quel momento aveva trasmesso solo le immagini del postino.

Era Silvia. Teneva in mano il vecchio mazzo di chiavi che Marta le aveva dato quando avevano fatto i lavori, per “ogni evenienza”. Provò a infilare una chiave nella toppa. Poi un’altra. Si voltò verso l’obiettivo con l’aria di chi ha perso la scheda della metropolitana. Premette di nuovo il campanello. Tre squilli lunghi.

Marta era in bagno a fare la doccia, non sentiva. Io rimasi nel corridoio, a guardare lo schermo. Silvia tirò fuori il telefono. Pochi secondi dopo, il mio cellulare vibrò sul mobiletto dell’ingresso. Un messaggio: «Sono giù. Avete cambiato la serratura??? Apri, piove!»

Scrissi una risposta: «Niente copie selvatiche. Le regole sono chiare. Chiama prima di passare. Buon pomeriggio.» E spensi lo schermo.

Fuori, vidi Silvia allontanarsi a passo svelto, borbottando qualcosa, il bavero del giaccone rialzato. La pioggia le stava ingrigendo i capelli. Sentii una specie di sollievo, e insieme un pizzico di qualcosa di amaro. Non era trionfo. Era solo la fine di un contratto non scritto che avevamo firmato senza leggere le clausole. Un contratto che qualcuno aveva appena stracciato, davanti a un portone chiuso.

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