Li scaricarono davanti all'ambulatorio alle sette e dieci di mattina, quando il caffè della macchinetta sapeva di bruciato e io contavo già le ore alla fine del turno. Ero veterinario in quel canile di periferia a nord di Milano da quindici anni, e a forza di vedere gabbie piene avevo imparato a non guardare più i cani negli occhi. Per proteggermi. Perché se guardi negli occhi uno che ha sofferto, poi non dormi.
Questa volta non potei farne a meno.
Erano due. Nera e Bruto, riferì il tizio del furgone, come se quei nomi fossero scritti da qualche parte. In realtà non li aveva nemmeno guardati. Io invece sì. La femmina, piccola e nera, si spingeva contro il fianco del maschio, un incrocio enorme col pelo color sabbia. Lui le leccò un orecchio. Lei non si spostò di un millimetro. Non erano due cani. Erano un unico corpo che respirava male.
La lampada sopra il terzo box era fulminata da una settimana e io usai la torcia del telefono. Ciò che vidi mi fece stringere i denti. Il maschio aveva un collare di metallo con le punte, di quelli che si comprano online per cani da combattimento. Le punte erano arrugginite e la pelle sotto il collare era un'unica crosta scura. La femmina era peggio: demodicosi avanzata, chiazze rosa in mezzo al pelo, e l'odore dolciastro di un'infezione che va avanti da anni.
Dissi alla responsabile del canile, la dottoressa Ferrero, che quei due andavano sedati e visitati subito. Lei mi rispose che il bilancio del mese era già in rosso e che per fortuna quel pomeriggio arrivavano quattro studenti in tirocinio. Voleva dire: non spendere.
Alle otto e un quarto tornai nel box con due dosi di sedativo. La femmina ringhiò. Non ringhiò a me. Ringhiò per avvertirmi di stare lontano da lui. Lui, intanto, mi fissava con le zampe incrociate, il muso appoggiato sulla schiena di lei, come se niente potesse staccarli. Fu allora che successe una cosa che non dimentico: mentre il farmaco faceva effetto, lui spinse il muso sotto la gola di lei. E lei smise di tremare.
La visita fu lunga. Dovetti tagliare il collare con le pinze da fabbro, e in tre punti il metallo era penetrato nella carne quel tanto da lasciare il segno sulla trachea. La femmina aveva la febbre alta e un'infestazione che richiedeva quattro settimane di bagni medicati. Erano pieni di parassiti. Denutriti. Deboli. Ma il vero danno non era visibile in una lastra: se li avessi separati, sarebbero morti. Non è poesia. È biologia. Due animali che non hanno mai avuto niente, se non l'uno l'altro, quando l'altro sparisce smettono di mangiare.
La dottoressa Ferrero era stata chiara: il canile non poteva permettersi due cani cronici occupare un box per mesi. Mi disse anche — lo ricordo perché stava riordinando una pila di moduli per l'affido — che se non avessero trovato una famiglia entro novanta giorni, il protocollo era chiaro.
Io ho sessantadue anni e da undici vivo in un bilocale in affitto a Sesto San Giovanni, con un balcone grande due metri e una caldaia che fa rumore quando parte. La notte dopo la visita tornai a casa e non aprii la televisione. Stetti seduto in cucina, con la luce spenta, e contai i soldi che tenevo in un barattolo di latta in cima alla credenza. Erano cinquecentosessanta euro in contanti. Più un foglio con la liquidazione del vecchio lavoro in un allevamento di conigli, mai riscossa: settecento euro tondi.
Il lunedì dopo, alle sei e mezza, mi presentai nell'ufficio della Ferrero con una cartellina gialla.
«Quei due non tornano in box», dissi.
Lei alzò appena la penna dal modulo.
«Non puoi decidere tu.»
«Non voglio decidere. Ti compro i due cani.»
Ci fu una pausa. La macchina del caffè nell'angolo ronzava. Lei mise giù la penna.
«Con che soldi?»
Aprii la cartellina. Misi sul tavolo sette banconote da cinquanta e le dissi: «Questi sono cento. Il resto te lo porto venerdì con il foglio della liquidazione.»
La Ferrero guardò i soldi. Poi guardò la mia mano. Io avevo ancora il batuffolo di cotone sporco di disinfettante fra le dita, quello che avevo usato per pulire la ferita della femmina. Lo lasciai cadere nel cestino.
Settimana dopo, firmai il contratto di cessione. Lo firmai io, lei nessuno. La legge non lo prevede, ma al canile i contratti li scrivevano a mano su carta intestata del municipio. Io scrissi: «Cedo a me stesso, Giancarlo Ferri, i diritti di custodia e cura dei cani Nera e Bruto, in cambio di settecento euro versati alla struttura». La Ferrero firmò in calce. Nessuno si strinse la mano.
Li portai a casa il sabato. Nera salì sul sedile posteriore della mia Panda del 2007 e si rannicchiò dietro il poggiatesta. Bruto salì da dietro, piano, come se quel sedile potesse crollare. Durante il viaggio, in tangenziale, Nera appoggiò il muso sul bracciolo di Bruto. Lui non si mise in piedi. Restarono così, a guardare il traffico scorre insieme, con l'aria che sapeva di pioggia.
Per i primi tre mesi presi due turni extra in ambulatorio a Monza per pagare le medicine. Ottocentoquaranta euro di antibiotici e antiparassitari. Il guadagno netto di un mese e mezzo. Mia sorella, che vive a Lecco e non ha mai avuto un cane, mi scrisse su WhatsApp: «Ma te sei fuori? Spendere tutti quei soldi per due cani che non conoscevi».
Non risposi. Non perché non avessi risposta, ma perché stavo guardando Nera dormire sopra la mia vecchia giacca di pile e Bruto che le teneva una zampa sulla schiena.
Un pomeriggio di ottobre, alle tre e mezza, arrivò al canile un uomo. Non l'avevo mai visto. Chiedeva dei cani. «Due cani. Un maschio grande color sabbia, una femmina nera piccola», disse alla nuova volontaria, una ragazza con l'apparecchio ai denti che non sapeva niente di noi.
La ragazza venne a chiamarmi. Io uscii nel cortile d'ingresso. Il sole era basso, il cancello rosso del canile lucido per la rugiada. L'uomo mi vide e capì.
«Dove sono?» chiese.
«Sono i miei», risposi.
Lui gridò qualcosa che non finì. Tirai giù la maniglia del cancello. Lo spinsi verso l'esterno, non con forza, solo per fargli capire che era ora.
«Ti ho tolto due bocche da sfamare», dissi. «E ho pagato settecento euro. Il costo di un collare che hai lasciato arrugginire sulla trachea di un cane. Non tornare qui.»
Chiusi il cancello. Feci scorrere il chiavistello.
Nessuno parlò. Si sentì solo il motore della Panda che partiva dal parcheggio e il suono dei passi di lui sull'asfalto, mentre se ne andava verso la fermata dell'autobus.
Non tornò mai più. E io ogni sera, quando rincaso, trovo due cani sulla porta che mi aspettano. Non scodinzolano subito. Prima si guardano. Poi appoggiano il muso contro le mie caviglie, insieme. E m'annusano le mani. Ho smesso di contare i soldi. Ma il contratto, con la firma della Ferrero e i miei settecento euro scritti in cifre, l'ho messo in una cornice appesa nel corridoio, sopra la ciotola dell'acqua.







