Sul tavolo c'era una scatola color avorio. Quando lei l'ha aperta, centocinquanta invitati hanno smesso di respirare.
Quindici anni prima guardavo mia moglie riempire due valigie in camera da letto. In braccio tenevo Bianca, la più piccola, nove mesi, un ciuccio azzurro e un pigiamino a fiori. Valeria piegava camicette senza alzare gli occhi. Le dissi solo: «Vuoi dirmi qualcosa?»
Lei richiuse la cerniera e rispose: «Marco, tu al massimo puoi portarmi al mare a Rimini ad agosto. Lorenzo mi ha regalato una coupé tedesca, la settimana scorsa eravamo a Barcellona. Ho trentatré anni, non voglio passare i prossimi dieci a contare gli spiccioli davanti al banco del supermercato.» Lorenzo era il titolare dell'azienda di imballaggi dove Valeria lavorava come segretaria. Seppi dopo che andavano a nascondersi in un albergo sulla statale già da prima che Bianca nascesse.
Quella sera chiuse la porta. Io rimasi in corridoio con Bianca che mi mordeva il colletto della camicia e altre cinque paia di occhi che spuntavano dalle scale. Sei figlie. La maggiore, Chiara, aveva undici anni e già preparava il caffè per conto suo. La seconda, Giorgia, nove. Poi venivano Alice, Marta, la piccola Sara e Bianca. Sei ragioni per alzarsi alle quattro e mezzo ogni mattina.
Al tribunale di Bologna, tre mesi dopo, un giudice fissò un assegno di mantenimento a carico di Valeria: cifra modesta, ma dovuta per legge. Non arrivò mai un euro. Lavoravo da meccanico nell'officina di mio zio, alla periferia di Bologna. Dopo che Valeria se ne andò, cominciai a prendere il turno di notte e i fine settimana. Imparai a distinguere il rosa confetto dal rosa cipria, a fare le trecce a spina di pesce, a capire quando una febbre era da pronto soccorso e quando bastava un panno bagnato. Le mie figlie diventarono il centro di tutto. Chiara, la più grande, prese presto l'abitudine di tenere un quaderno a righe dove segnava le spese di casa: la retta della mensa, le scarpe da cambiare, i soldi per la gita scolastica. Lo faceva con una cura che non era da bambina, come se ordinare i numeri le desse un pavimento sotto i piedi. Di Valeria nessuna traccia: nemmeno una telefonata a Natale, nemmeno un vaglia postale da cinquanta euro. Per quindici anni il suo nome rimase solo sulla vecchia carta d'identità che tenevo in un cassetto, più per inerzia che per ricordo.
Poi, una mattina di aprile, arrivò un messaggio su un numero che non avevo mai cancellato. Diceva: «Ci sarò al matrimonio di Chiara. La mia nuova famiglia si aspetta di vedermi. Non sarebbe carino disertare un evento così importante, non credi?»
Lo lessi due volte, appoggiato al cofano arrugginito di una Fiat Punto. Poi andai da Chiara. Lei stava in cucina, con la gonna bianca del suo futuro abito da sposa ancora da ritoccare appesa dietro la porta. Le porsi il telefono. Chiara lesse e fece un mezzo sorriso, quello che ha quando sta per dire qualcosa di definitivo. «Papà, falle scrivere di sì, che venga. Anzi, non vedo l'ora. Sarà il mio regalo di nozze.» Non volli fare domande. Con Chiara ho sempre fatto così: se decideva una cosa, aveva già fatto i calcoli fino in fondo, come quando a tredici anni mi mostrava il quaderno delle spese e diceva: «Papà, questo mese possiamo permetterci le scarpe nuove di Sara solo se rimandiamo la gita di Marta.»
Il giorno del matrimonio era un sabato di settembre. La cerimonia si teneva in una villa colonica sui colli intorno a Dozza, con un cortile di ghiaia e un pergolato di glicine che sembrava un sipario viola. Centocinquanta invitati, un catering che veniva da Imola e tre suonatori di fisarmonica. L'aria sapeva di mosto e di rosmarino. Io avevo stirato la camicia bianca da solo, come facevo sempre, e la cravatta era quella che Chiara mi aveva regalato per i miei quarant'anni, dodici primavere fa.
Sistemate le sedie, all'improvviso si sentì il tacco di una scarpa sul selciato. Valeria arrivò in abito grigio perla, una borsa di cuoio firmata sottobraccio, i capelli raccolti in uno chignon lucido. Sembrava uscita da una rivista di moda. Si guardò intorno, riconobbe Chiara sotto il pergolato e le andò incontro a braccia aperte. «Tesoro, finalmente siamo di nuovo unite. Devi capirmi… quello che è successo è tutta colpa di tuo padre, lui non ha mai…»
Chiara la fermò con un gesto della mano aperta, come si ferma un semaforo. Poi indicò due ragazzi del servizio d'ordine che portavano una scatola grande, rettangolare, avvolta in carta avorio con un nastro grigio. La posarono sul tavolo delle bomboniere.
«Mamma, ho un regalo per te» disse Chiara. Il tono era calmo, da ragioniera.
Valeria la guardò sorpresa, poi sorrise appena, con la sicurezza di chi è abituato a ricevere. Sollevò il coperchio.
Dentro c'era una cartellina di cuoio rigido, di quelle che usano gli avvocati. Valeria la aprì. Scorse la prima pagina. Le sue dita si bloccarono. Il viso passò dal rossore al pallore nel giro di tre secondi.
«Come osi?!» gridò.
Centocinquanta invitati di colpo non parlarono più. L'unico rumore era il ronzio di un calabrone contro il muro di cinta. Io mi ero fermato vicino al tavolo dei dolci, con un bicchiere di spumante che non arrivai mai a bere.
Chiara non alzò la voce. Disse solo: «Leggi bene. Sono i conti degli ultimi quindici anni. Rette scolastiche, visite mediche, libri, abbonamenti dell'autobus, scarpe da ginnastica, occhiali da vista dopo che Sara ha cominciato a non vederci più da lontano. E soprattutto l'assegno di mantenimento che un giudice ti impose quando te ne andasti, e che non hai mai versato, nemmeno una rata. Il mio avvocato ha rifatto i calcoli con la perizia di un commercialista: secondo la legge, con interessi e adeguamento al costo della vita, sono duecentoquattordicimila euro. La copia del ricorso in tribunale è già stata depositata questa mattina al Palazzo di giustizia di Bologna. Entro stasera riceverai la notifica ufficiale anche al tuo indirizzo. Ho pensato che l'annuncio valesse la pena di dartelo di persona, davanti a tutti quelli che contano per te.»
Valeria barcollò. Afferrò la borsa, poi la cartellina, poi la lasciò cadere. La raccolse un uomo vicino a lei, un signore stempiato che probabilmente faceva parte della «nuova famiglia». Le foglie del glicine si mossero per un soffio di vento.
Chiara aggiunse solo: «Papà non ti ha mai chiesto un soldo, anche se la legge gli dava ragione. Ha venduto l'orologio del nonno, ha rinunciato alla sua macchina per comprarci i libri del liceo, ha lavorato la domenica per anni senza dire niente a nessuno. Oggi, con questo regalo, restituisco a lui ciò che gli spetta. E a te restituisco il silenzio che ci hai regalato per quindici anni. Prego, adesso puoi andare.»
Valeria aprì la bocca ma non uscì nulla. Poi diede uno strattone alla manica del signore stempiato e sparì sotto il porticato di mattoni. Il rumore dei tacchi si confuse con lo starnazzare di un fagiano nella vigna accanto.
Nessuno sapeva se applaudire o restare seduto. Poi lo zio Dante, quello che in officina mi insegnò il mestiere, si alzò dalla sedia e fece un cenno del capo verso Chiara. E a quel punto qualcuno cominciò a battere le mani, piano, come quando si accoglie una sentenza giusta.
Chiara prese il mio braccio. La carta avorio della scatola era già strappata su un lato, e dentro la cartellina restava mezza fuori, con la firma a inchiostro blu di un cancelliere. Mi disse: «Papà, adesso balliamo. L'orchestra è pagata fino a mezzanotte.»
Il giorno dopo, sul tavolo di cucina, trovai una busta che Chiara aveva lasciato prima di partire per il viaggio di nozze. Conteneva l'estratto conto del ricorso depositato, con il timbro del tribunale. In fondo al foglio aveva aggiunto a penna una riga sola: «Duecentoquattordicimila motivi per sorridere.»
Accesi la moka, versai il caffè in due tazzine — la seconda per lo zio Dante, che era arrivato presto per aiutarmi a sparecchiare i tavoli rimasti in giardino — e pensai che, dopotutto, non avevo più nulla da sistemare.







