Avevo appena finito di asciugare un barboncino quando l’ho visto. Rocco stava seduto davanti alla porta a vetri, immobile, con il muso rivolto verso la strada. Non piangeva, non grattava. Aspettava. Erano le sei di sera, il sole filtrava tra le persiane della saracinesca semialzata del mio negozio di toelettatura a Palermo, in via Maqueda. Sul bancone c’era ancora la mia tazzina di caffè, ormai fredda, con la schiuma secca.
Quel mattino, un uomo sui quarant’anni era entrato con un incrocio di pastore tedesco, pelo arruffato, collare di cuoio consumato. Aveva posato sul bancone tre banconote da dieci euro, tutte spiegazzate, e un foglietto con un numero di telefono scritto a matita.
«Rocco. Lavatelo, tagliatelo, asciugatelo. Ecco il pagamento in anticipo.» Poi aveva guardato l’orologio, un gesto brusco, come se fosse in ritardo. «Passo più tardi. Un’oretta, due.»
Era uscito. Non si era voltato.
Io e Carmela, la proprietaria, ci eravamo guardate. «Più tardi» — a Palermo una parola che può voler dire qualsiasi cosa. Ma il numero di telefono non ci aveva insospettito: a volte i clienti lasciano il numero della moglie, o della segretaria.
Ho lavato Rocco. Si è irrigidito sotto l’acqua, poi si è lasciato andare. Le mie mani si muovevano in automatico, sapone alla mandorla, risciacquo, asciugamano. Mentre lo strofinavo, il mio braccialetto d’argento si è impigliato nel suo pelo. L’ho sfilato e l’ho messo sul bordo del lavandino. Più tardi, quando ho riordinato, non l’ho più trovato. Rocco lo aveva preso e lo teneva tra le zampe, sotto il bancone. Lui mi ha leccato il polso una volta, un gesto rapido, senza insistenza. Poi ho usato il phon. Quando ho finito, era un altro cane: pelo lucido, muso orgoglioso. Si è scrollato, ha starnutito, e poi si è diretto verso la porta d’ingresso. Si è seduto esattamente davanti al vetro. Non si è mosso.
Le ore passavano. Entravano clienti con i loro animali, qualcuno chiedeva di chi fosse quel cane. «È di un cliente, arriva a momenti», diceva Carmela. Ma la sua voce si era fatta sottile.
Alle quattro del pomeriggio ho preso il foglietto. Ho digitato il numero sul telefono fisso. Un clic, poi una voce metallica: numero inesistente. Ho riprovato, controllando ogni cifra. Stesso messaggio. Ho appoggiato la cornetta. Carmela mi ha fissato. Non ha detto nulla.
Una cosa è un ritardo. Un’altra è un numero che non esiste più.
Rocco era ancora lì. Seduto. Il sole si era abbassato, la luce sulla strada era diventata arancione. Lui fissava ogni passante. Ogni volta si alzava un po’, il muso si tendeva, ma non abbaiava. Poi si rimetteva seduto.
Carmela ha detto: «Chiamiamo il canile?» Io ho detto di no. «Chiamiamo i carabinieri?» Ho detto di no. Non sapevo cosa fare, ma sapevo che non volevo portarlo in un box di cemento.
È andata avanti così per un’altra ora. Poi, verso le sette e mezza, Rocco si è alzato. Non ha abbaiato, non ha guaito. È venuto verso di me, ha appoggiato il muso sul mio ginocchio, ha emesso un sospiro lungo. Come se avesse capito che il suo padrone non sarebbe più tornato. E come se mi chiedesse: «E adesso?»
Carmela ha commentato: «Ti ha scelta.»
Quella sera l’ho portato a casa. Prima però sono passata dal veterinario di via Maqueda. Ho pagato trentotto euro per microchipparlo a mio nome. Il veterinario ha controllato il chip vecchio — ancora intestato a un indirizzo di una periferia, ma il numero di telefono non corrispondeva. Il dottore ha compilato il modulo, ha passato il lettore, mi ha dato la ricevuta. Rocco ha emesso un piccolo abbaio quando l’ago è entrato, poi si è leccato il fianco.
Sono passati sette giorni. Rocco veniva al lavoro con me, ma ormai non si sedeva più davanti alla porta. Si metteva sotto il bancone, su un cuscino che avevo comprato al mercato di Ballarò per cinque euro. Avevo quasi dimenticato il suo vecchio proprietario.
Poi, martedì, lui è entrato.
Era lo stesso uomo, con la stessa camicia, lo stesso cinturone. Ha guardato Rocco. Rocco ha sollevato il muso, mi ha guardata, poi ha rimesso giù il muso sul cuscino. Non si è alzato.
L’uomo ha detto: «Sono venuto a riprendere il cane.»
Carmela era in retrobottega. Io ero sola al bancone. Ho aperto il cassetto, ho preso la ricevuta del microchip. L’ho appoggiata sul bancone, davanti a lui.
«No.»
Lui ha aggrottato la fronte. «Come, no? È il mio cane.»
«È stato il suo cane. Lei ha lasciato un numero inesistente. Se n’è andato e non si è voltato. Rocco l’ha aspettata per tre ore, il primo giorno. Poi per altri due giorni, ogni mattina, si metteva alla porta. Ora basta.»
L’uomo ha allungato una mano verso la ricevuta, l’ha letta. Il suo viso è cambiato.
«Questo non è legale. Ho ancora i documenti originali, il pedigree.»
«Non ha pedigree. È un meticcio. E anche se fosse di razza, ora il microchip è intestato a me. Secondo la legge italiana, l’abbandono è un reato. Fino a diecimila euro di multa, o un anno di carcere. Vuole che chiami i carabinieri?»
L’uomo ha aperto la bocca, poi l’ha richiusa. Ha guardato Rocco. Rocco dormiva sul cuscino, il fianco si alzava e si abbassava. Non si è mosso. Non ha scodinzolato.
L’uomo è rimasto fermo un momento. Poi ha preso la ricevuta dal bancone, l’ha appallottolata, l’ha gettata a terra. È uscito sbattendo la porta a vetri. Il campanello ha tintinnato a lungo.
Non ho raccolto subito la carta accartocciata. Sono rimasta a guardare la porta che dondolava. Poi Rocco si è alzato, si è stiracchiato, è venuto da me. Mi ha leccato la mano.
Ho raccolto la ricevuta, l’ho spianata sul bancone. L’ho piegata in quattro e l’ho infilata nel portafoglio. Poi ho abbassato la saracinesca.
Fuori, l’uomo camminava veloce verso la piazza. Non si è voltato. Rocco non ha abbaiato. Ha appoggiato il muso contro la mia gamba, ha emesso un sospiro.
Ho chiuso a chiave. Siamo usciti dalla porta laterale, verso casa. Il campanello del bar accanto suonava, le luci dei lampioni si accendevano. Rocco camminava al mio fianco, senza tirare il guinzaglio.
Non aspettava più nessuno.







