Il giorno dopo il funerale di mia madre, ho attraversato il cortile dietro la palazzina di via Bandiera con una busta di plastica in mano. Dentro c’erano due arancine da due euro e mezzo l’una, comprate al bar all’angolo. Il gatto mezzo cieco dei Ruffino dormiva sulla Vespa rossa, allungato sul sellino, come se il cortile fosse ancora casa sua.
La baracca di Nino era vuota. Le assi di legno erano accatastate contro il muro di tufo giallo, i teli verdi slegati. La puzza di terra bagnata si mescolava all’odore di fritto dei bassi. Io cercavo lui, con il contenitore in mano.
Poi l’ho visto. Stava accanto a una Panda scura con la carrozzeria lucida, in doppiopetto blu. Aveva le scarpe senza fango. Nella destra stringeva un medaglione d’argento ammaccato.
Quello era di mia madre. L’avevo visto in una fotografia da bambina. Concetta diceva di averlo perso quando aveva otto anni.
Lui ha allungato la mano. Il medaglione era caldo, come se lo teneva da ore.
— Tua madre non l’ha mai perso. Gliel’ho messo io al collo quando era piccola. Le ho detto: non sei mai sola.
— Chi sei? — ho chiesto.
— Antonino. Il fratello di tua madre. Quello che per diciannove anni ha ricevuto il piatto più grande dalla tua cucina.
Ero abituata a vederlo con un giaccone sporco. Da quando avevo sei anni, mia madre preparava tre porzioni. Due le metteva sul tavolo di formica. La terza, la più piena, finiva in un contenitore di plastica. Io avevo le scarpe tenute insieme con il nastro adesivo. Lui riceveva la carne, il sugo più denso, il pane più fresco.
Ogni volta che protestavo, mia madre impallidiva. Diceva solo:
— Non è solo un uomo.
Poi cambiava discorso.
Ho odiato Nino per anni. Lo ritenevo un ladro di cibo, un parassita. Invece era suo fratello. Mia madre lo nascondeva dietro casa per proteggermi. Me lo ha detto lui quel pomeriggio, con il medaglione nella mia mano.
— C’è una scatola blu in cucina. Secondo ripiano, dietro la farina. Tua madre l’ha lasciata per te.
Sono salita in casa. La cucina sapeva ancora di candeggina. La busta con le arancine l’ho posata sul tavolo. Ho aperto il mobile. Dietro la farina c’era una scatola di latta blu, di biscotti del supermercato. Dentro c’erano lettere. Le lettere erano di zio Arturo.
*Se fai avvicinare tuo fratello alla bambina, chiamo il tribunale dei minori. Tuo fratello è un ladro. Ha provato a vendere il braccialetto di zia Pina. Ti dichiaro madre inadatta. Non la rivedi più.*
*Firma la dichiarazione e rimani lontana da lui. Lui può restare dietro il giardino, ma non deve entrare. Non ti devi far vedere al bar con lui.*
Così per diciannove anni Arturo l’aveva ricattata. Aveva usato il passato di Nino. Nino aveva preso un braccialetto per comprare coperte ai suoi fratelli. Non per avidità. Aveva sedici anni. Arturo lo aveva trasformato in un ladro pericoloso, in un uomo da lasciare nel fango.
Nel pomeriggio, zio Arturo è venuto a casa. Non ha bussato. Ha usato le chiavi che teneva dalla morte di mamma. Voleva la scatola blu.
— Dov’è la scatola? — ha chiesto. — Ci sono documenti di famiglia. Non riguardano te.
Si è mosso verso il mobile. Ho fatto un passo tra lui e il ripiano.
— Hai minacciato mia madre per diciannove anni. Le hai detto che le avresti tolto la figlia se avesse fatto entrare suo fratello in casa.
— Quello è un ladro. — Ha alzato la voce. — Voleva rubare il braccialetto di zia Pina.
— Lo aveva preso per comprare coperte. Aveva sedici anni. Tu lo sai.
Zio Arturo ha tentato di spostarmi. Sua moglie Antonella era rimasta sulla porta, con le chiavi della macchina in mano. Ha detto:
— Arturo, basta.
Lui non si è fermato. Ha afferrato la scatola blu. Io ho tirato fuori il telefono dalla tasca e ho aperto la galleria.
— Ho fotografato ogni lettera. Ieri ho mandato tutto all’avvocato. C’è anche la scansione della denuncia che avevi preparato contro mia madre.
Lui si è bloccato. Ha lasciato cadere la scatola. Le lettere si sono sparpagliate sul pavimento di mattonelle.
— Se pensi che un avvocato… — ha provato a dire.
Antonella ha preso il mazzo di chiavi di Arturo dal tavolo e lo ha spinto fuori.
— Vai a casa. Subito.
È uscito. Non ha detto più niente. Ho raccolto le lettere, una per una. Le ho rimesse nella scatola blu. Poi ho preso la scatola e il mazzo di chiavi di Arturo.
Sono scesa in cortile. Nino era ancora accanto alla Panda, con il cappotto blu piegato sul braccio. Il contenitore con le arancine era rimasto sul muretto, intatto.
— Puoi venire su — ho detto.
Lui ha preso una borsa dal sedile posteriore. Era leggera. Siamo saliti. Davanti alla porta si è fermato. Ha poggiato la borsa a terra.
— Posso mangiare fuori. Lo faccio da anni.
Non ho detto niente. Ho staccato la chiave di riserva dal chiodo accanto alla porta. Gliel’ho messa nel palmo e gli ho chiuso le dita.
— Questa è casa tua. Non bussare. Non chiedere. Non stare più nel cortile.
Poi ho aperto la porta. Ho messo due piatti fondi sul tavolo. Ho scaldato la pasta e fagioli che avevo cucinato la sera prima. Ho versato metà nel suo piatto, metà nel mio. Sul tavolo, tra noi, ho posato il medaglione d’argento.
Lui è rimasto un momento sulla soglia. Poi ha appoggiato la borsa accanto alla parete, ha tirato la sedia e si è seduto.
Ha preso il pane. Lo ha spezzato in due. Una parte l’ha messa nel mio piatto.







