Partirono le manette prima ancora che Alessandro finisse di scendere le scale. Livia le guardò chiudersi attorno ai polsi come se fossero una cosa viva, poi alzò la testa e lo cercò con gli occhi. Lui si fermò a metà rampa, con la camicia sudata e una mano appoggiata al corrimano di ottone che sua madre faceva lucidare ogni giovedì.
«Hai registrato tutto?» chiese Alessandro, senza guardare me.
Appoggiai il registratore sul tavolino accanto alla zuccheriera d’argento. «Dall’inizio.»
«Questo non prova niente, Cesare. Tuo figlio mi ama.» Livia parlava verso di me, ma teneva gli occhi su di lui. «E comunque non ti permetto di rovinare tutto a sei giorni dal matrimonio. Ci saranno trecento persone in Duomo.»
L’ufficiale le prese il braccio. Lei fece un passo indietro, inciampò nel secchio vuoto che aveva lasciato vicino alla porta-finestra e si aggrappò alla maniglia della finestra. Fuori, in cortile, il vecchio furgone Piaggio del giardiniere Pino sobbalzava sui sanpietrini. Dentro casa, l’acqua sporca continuava a gocciolarmi dal mento sulla camicia grigia che avevo comprato da un rigattiere in via delle Tofane, a Milano, due sere prima.
«Ho solo voluto mettere ordine nel caos che voi ricchi lasciate dappertutto», urlò Livia, con una voce che non le avevo mai sentito. Nemmeno quando, due mesi prima, aveva fatto inginocchiare una ragazza delle pulizie vicino all’ingresso di servizio e l’aveva costretta a strofinare una macchia che aveva creato lei con la suola della scarpa. Rosa, la governante, me l’aveva detto abbassando la voce. Io avevo annotato tutto su un taccuino nero che tenevo chiuso nel cassetto del comò.
Il fatto è che Alessandro non mi avrebbe creduto. A trentaquattro anni, mio figlio era un uomo innamorato. Amava quella donna con la stessa testardaggine con cui da bambino amava il suo primo cane, un meticcio di nome Osso che mordeva chiunque tranne lui. E Livia, quando voleva, era perfetta. Sorrideva ai camerieri, si commuoveva davanti ai tramonti, parlava di aprire una fondazione per i cani randagi. Diceva che per il matrimonio bastava una cerimonia semplice, che l’amore non si misura con i soldi.
Poi, appena Alessandro girava l’angolo, si trasformava. Umiliava chi lavorava per noi, apostrofava la cuoca come una serva, e una sera aveva calpestato una collana davanti a una cameriera e l’aveva accusata di averla rubata. Quando la ragazza si era messa in ginocchio per cercarla, Livia aveva ridacchiato. La collana era nella tasca del suo cardigan.
Un mese fa, però, scoprii qualcosa di diverso da un carattere orribile. Scoprii che Livia non si limitava a ferire la servitù. Aveva aperto un conto separato per le spese del matrimonio, e aveva convinto Alessandro a versarci uno sproposito: quasi novecentomila euro, fra location, catering, abiti, viaggio di nozze in Puglia. Suo figlio, Alessandro, credeva di gestire tutto insieme a lei.
Poi trovai le fatture gonfiate. Quarantamila euro per fiori che ne costavano quattromila. Un catering pagato a prezzo doppio. E tre fornitori di Milano, tutti collegati a un’agenzia creata dal fratello di Livia undici giorni dopo il fidanzamento ufficiale. Duecentoquarantamila euro finivano lì, in commissioni fittizie per non si sa quale consulenza.
Chiamai subito il nostro avvocato, l’avvocato Carelli, e chiesi di preparare una riserva di denaro tracciabile. «Congeliamo qualsiasi pagamento sospetto», disse Carelli al telefono. «Ci servono le prove, signor Riva. La sua parola non basta.»
Così preparai la scena. Quella mattina Alessandro disse a Livia che la domestica abituale era malata e che sarebbe arrivata una sostituta per la pulizia. Io mi infilai una parrucca grigia da pensionata, occhiali spessi da uno scaffale di una profumeria di Brera, e mi sporcai le mani con la terra dei gerani sul balcone. Entrai in casa mia dalla porta di servizio, davanti alla fermata del tram numero 4, dalle parti di via della Moscova, dove il marciapiede profuma di caffè e di gasolio.
Livia non mi riconobbe. Mi ordinò di portare al piano di sopra sei scatoloni pesanti, mi derise per l’accento e per le scarpe bucate, e quando mi vide rifiutare di pulire una macchia nel pavimento con le mani nude, andò a riempire un secchio nel bagno di servizio. Tornò ridendo. Me lo rovesciò addosso, poi gettò il secchio ai miei piedi.
«Sei disgustosa», disse. «Qualcuno dovrebbe lavarti via la sporcizia di dosso.»
Avevo un registratore nascosto nel taschino della camicia. Premetti il tasto play mentre l’ufficiale le stringeva i polsi. Dalla mia tasca uscì la voce di Livia, piena di riverbero sul marmo del salone d’ingresso, dove il lampadario di un’antica bottega di Monza brilla come se tutta quella sofferenza non fosse mai entrata.
«La gente come te dovrebbe essere grata che la gente come me la lasci entrare in casa.»
Poi arrivò la parte sulla collana. La parte in cui mi diceva di mettermi in ginocchio. La risata mentre l’acqua mi scorreva sulla faccia.
«E allora?» gridò lei. «Un solo pomeriggio non cancella tutto il resto. Tuo figlio mi ama. Il matrimonio si farà. E se provi a fermarlo, Cesare, ho già firmato contratti a nome di entrambi. Annulli adesso, e la famiglia paga lo stesso. Novecentomila. Ingegnati, vecchio.»
Mi chinai a raccogliere il secchio. Lo sollevai e lo posai accanto alla zuccheriera, dove una volta avrei messo un soprammobile. Volevo che Alessandro vedesse tutto: le manette, l’acqua sul pavimento, la parrucca grigia che mi era scivolata sulla nuca come una vecchia corona di carnevale.
«Non devi ingegnarti, Livia», dissi. «Il conto è mio. Il denaro è mio. E i pagamenti che ho congelato mi appartengono.»
Tirai fuori il telefono e composi il numero dell’avvocato Carelli in vivavoce.
«Le richieste di pagamento sono bloccate», dissi. «Può procedere.»
«Ricevuto, signor Riva. Gli investigatori sono pronti. Abbiamo già identificato le commissioni false verso l’agenzia di suo fratello.»
Livia si immobilizzò. Il suo respiro si fece corto. Non guardava più Alessandro. Guardava il telefono.
«Mio fratello non c’entra», disse.
«L’agenzia è stata registrata undici giorni dopo il vostro fidanzamento», rispose Carelli. «Ci sono duecentoquarantamila euro che passano di lì. Scopriremo a chi appartengono.»
«Vi denuncio per stalking», urlò lei. «Alessandro, diglielo tu. Tuo padre mi ha odiata dal primo giorno.»
Alessandro scese l’ultimo gradino. Le si fermò davanti, a un metro. Non la toccò.
«Perché hai cercato le informazioni sul mio fondo fiduciario prima del nostro secondo appuntamento?» le chiese.
Lei non rispose. Non serviva. Dopo la perquisizione informatica sul portatile di Livia, autorizzata perché il computer era nostro e lei lo aveva in prestito, gli investigatori avevano trovato le ricerche. Eredità, diritti del coniuge, cause sul patrimonio, procedure per l’incapacità. Alessandro aveva scoperto tutto da solo, lì in salotto, dieci minuti prima che il telefono squillasse.
«Voi credete di essere migliori di me», urlò Livia, mentre l’ufficiale la spingeva verso l’ingresso. «Ho solo preso un’occasione, per una volta nella vita.»
Alessandro la guardò.
«Tu non hai preso un’occasione», disse. «Hai svuotato la mia casa.»
L’ufficiale la portò via. Le scarpe di Livia scivolarono sull’acqua sporca e per un attimo sembrò che stesse per cadere. Si aggrappò alla porta d’ingresso e lanciò un’ultima frase, rivolta a mio figlio.
«Tornerai da me. Tu perdoni sempre tutti.»
Poi la porta si chiuse.
Alessandro rimase immobile, con l’acqua che gli era arrivata alle caviglie. La guardai da lontano, senza dire niente. Poi lui si voltò verso di me, con la faccia di un uomo che si è svegliato da un sogno e trova il cuscino ancora bagnato di sudore.
«Mi vergogno di non aver capito prima», mormorò.
«Non devi vergognarti», risposi. «Dovevi solo vederlo con i tuoi occhi.»
Tutti i contratti di nozze vennero annullati per frode. L’agenzia del fratello di Livia fu perquisita. Trovarono altri due raggiri precedenti, con debiti inventati e documenti d’identità rubati. Livia accettò un patteggiamento: carcere, risarcimento e un provvedimento permanente per frode. Il fratello perse la società e si prese una condanna separata.
Per mesi Alessandro non si diede pace. Una sera lo trovai seduto in giardino, vicino al gelsomino che sua madre aveva piantato prima di morire, con una cassa di birra aperta e una patata fritta in mano che non mangiava.
«Da quando hai smesso di ascoltare?» mi chiese.
«Non ho mai smesso.»
«Ma io cercavo l’amore, papà.»
«Lo so. Le persone come Livia si nutrono di questo. Non è colpa tua se volevi qualcuno da amare. È colpa sua se ne ha approfittato.»
Alessandro iniziò un percorso di terapia. Si scusò personalmente con ogni dipendente che Livia aveva maltrattato, fece installare un sistema di segnalazione anonima in ditta e chiese a Rosa di dirigerlo. Poi, un anno dopo, fece una cosa che non mi aspettavo: donò metà del suo primo stipendio da amministratore a uno studente esterno del Conservatorio di Milano, un ragazzo di quindici anni con un violoncello mezzo sfondato e un’audizione da pagare.
Non lo seppi da lui. Lo seppi da Rosa, che lo aveva sentito parlare al telefono con il ragazzo.
Due anni dopo quel pomeriggio, nel cortile di casa nostra, davanti alle magnolie che cominciavano a fiorire, organizzammo una festa per i figli dei dipendenti. Alessandro aveva insistito per fare tutto semplice: tavolate lunghe, bibite ghiacciate, paste al forno e camerieri che sedevano con noi. C’era anche Pino, il giardiniere, con il suo furgone Piaggio parcheggiato in fondo.
A un certo punto Alessandro tirò fuori dalla tasca il vecchio registratore nero. Lo teneva ancora, dopo due anni. Lo sollevò, lo guardò, poi lo posò sul tavolo dove un tempo Livia aveva rovesciato il secchio.
«Papà», disse, «dobbiamo smettere di tenerlo in casa.»
Lo aprì, sfilò la scheda di memoria e la spezzò in due. I pezzi caddero nella limonata di un bambino seduto accanto a lui.
Il bambino rise. Alessandro rise. E per la prima volta, in quel cortile, l’acqua sporca di due anni prima non c’era più.
La scheda di memoria, d’altra parte, la buttammo nel cestino della raccolta differenziata. Non prima di aver svuotato il contenuto della limonata nel lavandino di pietra, dove una volta Pino lavava le zampe del cane Osso. Poi Alessandro si asciugò le mani sulla tovaglia e disse, con una voce che non tremava più: «Andiamo a mangiare, papà. Si sta freddando tutto.»
E andammo.
Nel cortile, le magnolie si muovevano appena. Il vecchio furgone Piaggio sobbalzava ancora sui sanpietrini, ma stavolta era Pino che portava via le sedie impilate, canticchiando canzoni di un’estate andata. Io mi sedetti accanto a mio figlio e presi una fetta di torta. Era buona, davvero. Sapeva di zucchero e di buccia di limone. Di pomeriggio. Di famiglia.
E, per la prima volta dopo tanto tempo, non mi venne in mente di contare i soldi.







