La firma sotto la pioggia

Lavoro al mercato di Testaccio da undici anni. Banco cinque, formaggi. Vado orgoglioso del mio pecorino — lo dico senza modestia, perché ci metto davvero l'anima. Ma questa storia non parla di me. Parla di Giulia. O meglio, di quello che ho visto una mattina di novembre, quando Roma si svegliava sotto un'acqua grigia che ti entra nelle ossa.

Giulia la conosco da sempre. Non siamo amici — è una cliente. Veniva ogni martedì e venerdì, puntuale come l'alba, col suo carrellino a quadretti e un elenco scritto a mano su un foglietto stropicciato. Comprava formaggio per la suocera ("quello morbido, mi raccomando, che con la dentiera non mastica"), ricotta per il marito ("a Stefano piace solo quella di pecora, guai se sbaglio"), e un pezzetto di parmigiano per sé, ma sempre quello in offerta. Anche quando le dicevo "Giulia, prendi questo, è più buono", lei sorrideva e rispondeva: "No no, Franco, per me va bene così".

Io certe cose le ho sempre notate, anche se non dico niente. Ho notato che le mani le tremavano quando contava le monete. Ho notato che portava le stesse scarpe da tre inverni, con la suola consumata da una parte sola, perché appoggiava male il piede destro — mi ha detto una volta che le faceva male la schiena. Ho notato che quando pioveva si metteva un impermeabile che le stava largo due taglie e ho scoperto dopo che era di Stefano. "Lui ne ha comprato uno nuovo, questo è ancora buono", diceva. Sempre così: "ancora buono", come se tutto ciò che toccava lei dovesse accontentarsi del resto.

Quella mattina però è successo qualcosa.

Erano le sette passate, il mercato era mezzo vuoto per via della pioggia, e io stavo sistemando le forme sotto la tettoia quando l'ho vista arrivare. Niente carrellino. Niente foglietto. Camminava piano, con le mani in tasca, e quando si è fermata davanti al mio banco aveva gli occhi come due biglie di vetro. Non so spiegarlo meglio: erano aperti ma non guardavano niente.

"Giulia? Tutto bene?"

Non ha risposto. È rimasta lì, ferma, con l'acqua che le colava dai capelli. Aveva dimenticato l'ombrello, e lei che non dimenticava mai niente — era il genere di persona che ti ricordava il compleanno del tuo cane anche se glielo avevi detto una volta sola.

Poi ha poggiato una busta di plastica sul banco. Dentro c'erano fogli — contratti, ho visto dopo, di una pasticceria.

"Lo sai che dieci anni fa avevo un locale tutto mio?" mi ha detto così, di colpo, senza nemmeno salutare. "La Pasticceria De Luca, in via dei Volsci. Mio padre me l'aveva lasciata."

Io sapevo che aveva lavorato in una pasticceria, ma non che era sua. Non me lo aveva mai detto.

"L'ho venduta, Franco. L'ho venduta per pagare i suoi debiti."

"Di chi?"

"Di Stefano. Lui aveva fatto un investimento sbagliato — un ristorante a Frascati, ci credeva tanto. Era convinto che avrebbe funzionato, io non volevo togliergli il sogno, capisci? Così ho venduto tutto. Bancone, forni, ricette di mia nonna, tutto. E sai cosa mi ha detto ieri sera?"

Non ho risposto. Non serviva.

"Mi ha detto che sono un peso. Che non gli vado più bene. Che lui ormai… sta con un'altra. Una che fa la sommelier in un ristorante a Trastevere, più giovane di me di quindici anni. E io gli ho chiesto: 'Stefano, ma tutto quello che ho fatto? I soldi? Il negozio?'. E lui mi ha guardato come si guarda una sedia rotta. 'Nessuno ti ha chiesto niente', ha detto."

C'è stato un silenzio che nemmeno la pioggia riusciva a coprire. Io ho appoggiato il coltello sul tagliere di legno, piano, perché le mani mi stavano tremando dalla rabbia.

Poi Giulia ha tirato fuori dalla busta un foglio solo. Me l'ha messo sotto gli occhi. Era un contratto d'affitto per un locale in via dei Serpenti. Intestato a lei. Datato tre giorni prima.

"Sai che c'è, Franco? Un anno fa ho ricominciato a fare dolci a casa. Di nascosto. Crostate, pastiere, biscotti alle mandorle, quelli che faceva mia nonna. Li portavo alle amiche, ai vicini. Ho rimesso da parte qualcosa — poco, ma abbastanza per pagare tre mesi d'affitto e comprare un forno usato. Stefano non lo sa. Mio figlio Matteo nemmeno."

Si è fermata. Ha preso fiato. L'acqua le colava ancora sulla fronte ma lei non sembrava accorgersene.

"Ieri dovevo firmare l'atto di vendita della pasticceria — c'era ancora una quota che non avevo ceduto, una minima parte. Lui mi aveva convinto a venderla per comprare una macchina nuova a Matteo, perché quella che ha è vecchia e 'fa brutta figura con la fidanzata'. Io ero lì, con la penna in mano. E poi… non l'ho fatto."

Ha sorriso. Non era un sorriso felice — era un sorriso che non avevo mai visto su quella faccia. Il sorriso di chi ha appena smesso di annegare.

"Ho strappato il contratto davanti a tutti. C'erano il notaio, l'acquirente, Stefano. Lui è diventato paonazzo. Ha iniziato a urlare, diceva che lo stavo facendo apposta, che ero pazza. Il notaio non sapeva dove guardare. E io… io mi sono alzata, ho preso la borsa e sono uscita. Non ho detto una parola."

Tirò fuori dalla busta un'altra cosa: un mazzo di chiavi. Nuove, luccicanti, con un nastrino rosso.

"Questo è il mio nuovo locale. Lo apro a gennaio. Si chiamerà 'Dolce Giulia'. E la prima crostata la porto a te, Franco. In omaggio."

Io non sapevo cosa dire. Ci sono momenti in cui le parole non servono, e uno sta lì, fermo, e capisce che sta vedendo qualcosa di importante. Come quando nasce un bambino o quando qualcuno muore — non so spiegarlo, ma è una cosa che ti entra dentro e non esce più.

Le ho preso la mano. Gliel'ho stretta forte. "Brava", le ho detto. Solo quello.

Lei ha annuito, si è asciugata la faccia con la manica dell'impermeabile — quello largo due taglie, quello di Stefano — e se n'è andata. L'ho guardata attraversare la piazza sotto la pioggia, senza ombrello, con quella busta di plastica in mano e le chiavi nuove nell'altra. Le scarpe sfondate, la schiena un po' storta per il dolore al piede. Ma camminava. E come camminava.

La settimana dopo Matteo è venuto al mercato. Lui non lo vedevo da mesi — un ragazzo alto, sulla trentina, con l'aria di chi si aspetta che il mondo gli debba qualcosa. Ha preso un pezzo di pecorino e mentre pagava ha detto: "Mia madre ha perso la testa. Ha buttato via ottomila euro per un buco di locale. Mio padre è furioso, dice che l'ha fatto per dispetto."

Io l'ho guardato e ho detto: "Tua madre non ha buttato niente. Ha solo smesso di regalare."

Lui mi ha fissato come se parlassi turco. Poi ha scrollato le spalle e se n'è andato. Non ha capito. Forse non capirà mai. Ma non importa: la storia non è sua.

Tre mesi dopo, una mattina di gennaio, ho trovato una crostata avvolta nella carta forno sul mio banco. Accanto, un biglietto con una calligrafia rotonda e precisa: "La prima è per te. Grazie, Franco. Giulia."

Era una crostata di visciole. La migliore che abbia mai mangiato.

Il locale in via dei Serpenti ha aperto il quindici gennaio. Ci sono passato un sabato pomeriggio: c'era fila fuori, signore con la sporta, turisti, persino una coppia di sposi che voleva la torta nuziale. Giulia era dietro il bancone, con un grembiule bianco e le mani nella farina. Aveva occhiaie da paura e un sorriso che le spaccava la faccia.

Stefano è passato una volta, due mesi dopo l'apertura. L'ho visto dalla vetrina: è rimasto fuori, con le mani in tasca, a guardare dentro. Giulia non l'ha notato — stava decorando una torta, concentrata come un chirurgo. Lui è rimasto lì cinque minuti buoni, poi se n'è andato senza entrare. Non so cosa pensasse. Non mi interessa. So solo che per la prima volta era lui quello fuori, al freddo, sotto la pioggia.

Oggi passano quasi due anni. Ogni volta che passo da via dei Serpenti, Giulia mi offre un caffè e mi racconta qualcosa: una ricetta nuova, un cliente strano, la partita della Roma. Non parla mai di Stefano. Non parla di Matteo, se non per dirmi che ogni tanto si fa vivo, mangia un babà e se ne va senza ringraziare. Lei lo accoglie lo stesso. Ma non gli regala più niente.

Ha cambiato le scarpe, finalmente. E l'impermeabile. Ora ne ha uno blu, della sua taglia, comprato al mercato di Porta Portese per quindici euro. Quando piove, lo indossa e apre l'ombrello prima di uscire. Uno bello, a righe gialle.

Io certe cose le noto ancora. E ogni volta che la vedo, con quell'ombrello a righe e il suo passo un po' storto, penso a quella mattina di novembre, alla pioggia, al contratto strappato. E penso che ci sono gesti che fanno più rumore di un pugno. Basta uno strappo di carta. E una donna che decide di non essere più una sedia rotta.

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