La cartella blu

Lavoro all’archivio dello Studio Legale Cimatti da ventitré anni. Il mio posto è una stanza stretta in via San Vitale, a Bologna, con una finestra che dà sul cortile interno e una lampada al neon che ronza ogni volta che fuori piove. In ventitré anni ho visto entrare e uscire da quella porta ogni genere di persone: padri che non volevano pagare gli alimenti, donne che nascondevano il testamento del suocero nel reggiseno, figli che litigavano per un garage a Casalecchio. Ma non avevo mai visto nessuno con una cartella blu e lo stesso identico nodo alla carotide che aveva la signora Valeria quando è entrata da me quel martedì mattina, alle 9 e 40.

Ha chiesto una copia della visura catastale di un appartamento in via Andrea Costa. Le ho detto che ci volevano venti minuti, mi ha risposto che aspettava. Si è seduta sulla sedia di legno davanti al mio tavolo e ha tirato fuori dalla borsa una busta trasparente con dentro una vecchia foto in bianco e nero. Una donna giovane, con un foulard annodato al collo, teneva in braccio un bambino di pochi mesi. L’ho capito solo dopo: era la madre di Valeria. Lei la teneva stretta con due dita, la guardava, la rimetteva nella borsa, la tirava fuori di nuovo. Le tremavano le mani, ma non era freddo. Erano mani da cinquantotto anni, con le nocche arrossate e una fede d’oro consumata sul dito.

Quando le ho consegnato la visura, ha letto la riga in alto, quella con il nome dell’intestatario. L’ha letta tre volte. Ha respirato piano, come fanno i subacquei prima di scendere giù. Poi ha piegato il foglio in quattro, l’ha messo nella cartella blu e se n’è andata, dicendo solo: “Grazie, signora Marta”.

Non sapevo che cosa le avesse ferito gli occhi. Ma in archivio le persone non vengono mai per caso. Vengono per il giorno in cui hanno finalmente deciso di guardare.

Il giorno dopo, verso le tre, è arrivata una ragazza. Avrà avuto venticinque anni, forse ventisei. Un trench color sabbia aperto sul ventre tondo, un filo d’oro al collo, un paio di scarpe con il tacco che battevano sul pavimento come le bacchette di un tamburo. Si chiamava Chiara. Ha chiesto la stessa visura. Lo stesso appartamento in via Andrea Costa.

Io ho fatto finta di niente, perché a via San Vitale impari presto: non fai domande, se non vuoi sentire risposte. Ma ho notato le sue unghie. Erano lunghe, rosse, perfette. E mentre aspettava, ha preso dalla borsa un biscotto avvolto in un tovagliolo, l’ha addentato, e una briciola le è caduta sulla pancia. Lei l’ha tolta con due dita e ha guardato la pancia come se qualcun altro gliela avesse sporcata. Non so dire perché, ma in quel gesto ho capito tutto. C’erano tre persone e un appartamento, e una di loro non lo sapeva.

Le ho dato il foglio. Lei ha letto la stessa riga che avevo visto leggere a Valeria il giorno prima. Ha battuto le palpebre due volte. Poi ha detto: “C’è un errore”. Il suo nome non era sul foglio. Non c’era neanche quello di un uomo che io non conoscevo, ma che – lo avrei capito poi – si chiamava Paolo. C’era solo il nome di Valeria, e sotto una dicitura che in ventitré anni di lavoro ho imparato a riconoscere a memoria: donazione ante matrimonio. Ciò che è donato prima delle nozze non si tocca. Non si divide. Non si regala a nessuno.

Chiara è uscita dicendo che sarebbe tornata. Non è più tornata.

Il venerdì mattina, prima dell’ora di chiusura, è ricomparsa Valeria. Aveva la stessa cartella blu, ma stavolta era gonfia. L’ha appoggiata sul mio tavolo e mi ha chiesto le copie autenticate di due decreti del tribunale. Decreti ingiuntivi. Roba da debitori.

Mentre preparavo i timbri, le ho chiesto se voleva che le spillassi i documenti per una raccomandata. Lei ha scosso la testa. Poi ha preso dalla borsa una piccola chiave esagonale, di quelle per regolare le persiane, e l’ha fatta girare tra le dita come un rosario. “Questa è la chiave della cassetta della posta”, ha detto. “Ho cambiato la serratura ieri sera. Non voglio più vederlo”.

Ho timbrato i fogli. Sono venuti sedici euro e cinquanta. Lei ha pagato in contanti, con una banconota da venti. Mentre le davo il resto, le ho chiesto se era tutto a posto. Non so perché l’ho chiesto. Forse perché in ventitré anni ho imparato che le donne con una cartella blu e una chiave esagonale in mano non hanno mai tutto a posto. Ma lei ha alzato le spalle e ha detto: “Adesso sì, signora Marta. Adesso sì”.

Non so che cosa sia successo esattamente in quell’appartamento. Ma posso immaginarlo. Perché tre giorni dopo, verso le sei del pomeriggio, mentre stavo spegnendo la lampada al neon, ho visto Paolo, l’uomo del quale avevo capito tutto, fermo davanti allo studio legale. Era un bell’uomo, sui sessant’anni, con un cappotto blu e una valigia con le ruote. Sembrava un rappresentante di prodotti farmaceutici che ha appena perso il portafoglio.

Ha guardato l’insegna dello studio, ha guardato il citofono, ha fatto per suonare, ma poi ha visto la saracinesca a metà. È rimasto lì, con i piedi piantati nel bagnato, a fissare il campanello come se da un momento all’altro qualcuno lo invitasse a salire.

Non è salito. Io ho finto di non vederlo. Ho chiuso la porta a chiave, ho spento anche la lampada piccola, e sono uscita dal retro, verso Porta San Felice. Mentre attraversavo il cortile, ho visto un gatto rosso, quello dei condòmini, che saltava giù dal davanzale e correva via con un pezzo di biscotto in bocca. Era lo stesso tipo di biscotto che era rimasto per terra il giorno della ragazza con il trench. Chissà, forse la pasta frolla era ancora lì da martedì.

Il lunedì dopo, sull’autobus, ho incontrato Valeria. Non era un caso: la sua fermata è proprio davanti al mercato rionale di San Rocco. Era seduta vicino al finestrino, con la cartella blu appoggiata sulle ginocchia. Io sono rimasta in piedi, attaccata al palo. Lei non mi ha visto.

Poco prima della fermata, ha aperto la cartella. Ho visto i due decreti ingiuntivi, con il timbro blu dello studio. E sopra, cucita agli angoli con una pinzatrice, c’era una busta bianca con su scritto a penna: “218.000 euro”. Sotto, in stampatello: “L’amore con i soldi degli altri non dura”. Non l’ha detto a me. L’ha letto in silenzio, muovendo appena le labbra.

Poi ha richiuso la cartella, si è alzata, e prima di scendere ha guardato la vecchia foto della madre, poi il palazzo giallo che stava passando. Quello con le tapparelle verdi e il balcone pieno di piante grasse. Non so se fosse casa sua. Ma quando l’ha guardato, non aveva più il nodo alla carotide. Aveva solo un uomo con una valigia fermo davanti a un citofono, e una donna che non pagava più i suoi debiti.

Il gatto rosso continuava a dormire sul muretto del cortile.

Io ho continuato a lavorare. Ma da quella settimana, quando in archivio entra una donna con una cartella, le chiedo se vuole anche una copia per la posta certificata. E non mi vergogno mai di farmi pagare i sedici euro e cinquanta. Perché ogni timbro ha un suono diverso. E quello sulla cartella blu di Valeria ha suonato come una porta che si chiude da sola, con lo spiffero che ti passa sui denti.

La settimana dopo, sulla scrivania, ho trovato una piantina di geranio rosso, senza biglietto. Portava ancora le radici avvolte in un foglio di giornale. L’ho riconosciuta: era lo stesso taglio che avevo visto sul balcone del palazzo giallo, quando passavo per andare a prendere l’autobus.

L’ho messa in un barattolo da marmellata con un po’ d’acqua. Non era una storia mia. Non lo è mai stata. Ma certe volte, per capire se una donna ha chiuso una porta, basta guardare se fuori, sul davanzale, i gerani sono ancora vivi. E quel geranio, con le radici nel foglio di giornale, faceva una piega strana, come una pagina di cronaca e una pagina di necrologi insieme.

L’ho piantato nel vaso vuoto dell’archivio.

Adesso, quando piove, il gatto rosso si siede vicino al geranio. E a me sembra che non mi guardi. Non mi ha mai guardato. Guarda la porta.

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