Nessuna porta quella notte

Lavoro alla reception di una piccola pensione a Bari, a duecento metri dalla stazione degli autobus. La chiamano La Lanterna, anche se il neon lampeggia da tre anni e nessuno lo aggiusta. Da novembre a marzo vedo soprattutto persone che arrivano da fuori, con valigie rotte e telefoni scarichi. Ma quella donna, Silvana, la riconoscerei anche nel buio di un tombino.

Arrivò un martedì sera, sotto un'acqua che sembrava un secchio. Aveva una valigia con una ruota che ballava sul pavimento e un impermeabile troppo leggero. Si fermò davanti al banco, lasciò la valigia e tirò fuori il telefono. Non mi chiese subito una stanza. Chiamò prima una figlia.

Io stavo sistemando la chiave della stanza sette e sentivo ogni parola, perché il mio banco è a un metro dal distributore del caffè, che quella sera non funzionava.

— Chiara, sono arrivata alla stazione. — Pausa. — No, non posso venire da te? Solo stanotte. Domani cerco una stanza. — Ancora no. Lei sentiva un televisore acceso in sottofondo e una bambina che rideva. — Ciao, mamma, scusa, non c'è posto. Il divano è nuovo, e poi domani abbiamo la scuola.

Silvana rimase con il telefono in mano, fissando il display bagnato di pioggia. Poi chiamò il figlio.

— Matteo, sono a Bari. Solo stanotte, ti prego. Ho viaggiato quindici ore. — Sì, lo so che Eleonora non sta bene. Ma io non posso stare sulla panchina. — C'è la stanza per gli ospiti, l'avevi usata per il computer. — Va bene, va bene. Lo capisco.

Lo capisco. Era come se qualcuno le avesse spento la voce dentro.

Io le diedi la stanza undici, quella con la finestra che dà sul cortile dei bidoni. Pagò in contanti, con banconote ancora piegate in due. Mentre firmava, vidi che il polso le tremava. Non era la pioggia.

La notte sentii tossire dietro la parete. Era una tosse secca, da bronchite. Le portai una tazza di tè caldo e un termometro. Mi aprì con il cappotto ancora addosso. Il letto era intatto, solo una coperta buttata da un lato.

Misurai la febbre: trentotto e sei. Le chiesi se volesse chiamare un medico. Scosse il capo. Poi guardò la porta, come se aspettasse qualcuno che non sarebbe mai arrivato.

— Signora, — le dissi, — qui vicino c'è una guardia medica.

— No, ho solo preso freddo. Grazie. — Poi aggiunse, piano: — Ho lavorato per diciannove anni in Germania, signora. Mai chiesto niente a nessuno. E stanotte i miei figli non hanno una stanza per me.

Non risposi. Rimasi seduta sul bordo del letto, con la tazza vuota in mano. Il neon del corridoio faceva un rumore come una zanzara. Dal cortile arrivava un gatto che miagolava contro la porta del bidone.

Due giorni dopo la febbre era scesa. Silvana scese in reception con la stessa valigia, ma adesso aveva il mento pulito e i capelli raccolti dietro le orecchie.

— Vado via, — disse. — Ho trovato una camera in via delle Rose, da una signora anziana. Mi ha affittato una stanza per duecento euro al mese, utenze comprese.

— Lavorerà? — chiesi.

— Farò le pulizie in un condominio. E poi aiuto una conoscente della signora, che non riesce a uscire. Non mi serve molto.

La guardai scrivere il suo nuovo indirizzo su un biglietto. Lo lasciò sul banco, come se dovesse giustificarsi.

— Se vengono i miei figli a chiedere di me, non dica niente. Non voglio.

Non mi spiegò il perché. Lo avevo già sentito.

Tre settimane dopo, un pomeriggio, entrò una donna sui quarant'anni, con un cappotto elegante e un ombrello che sgocciolava sulle piastrelle.

— Scusi, sono la figlia di Silvana. Avete una stanza a nome suo?

La guardai. La figlia aveva le stesse dita affilate della madre, ma il giaccone era di quelli che costano due stipendi.

— Signora, non posso dare informazioni sugli ospiti.

— Come sarebbe? Io sono la figlia.

— Se vuole, mando un messaggio a Silvana. Ma non posso dirle dove abita.

La figlia prese il telefono, digitò qualcosa, poi si voltò verso la porta. Sulla soglia si fermò, tirò fuori una busta gialla e la mise sul banco.

— Quando la vede, le dica solo questo: sono stata stupida. E che questa è una parte di quello che le devo.

Io presi la busta, la appoggiai sotto il registro. La sentii pesante, come se dentro ci fossero contanti.

Il giorno dopo andai a trovare Silvana in via delle Rose. La stanza era piccola, con un letto, un armadio, un tavolino e una finestra che dava su un cortile con stendini. Sopra il calorifero c'era una foto di tre bambini, in bianco e nero, con i bordi consumati.

Le diedi la busta. Lei la aprì, guardò dentro, poi la richiuse.

— Sono quattromila euro, — disse. — Li ha portati qui?

Piegò la busta due volte, con le dita che si muovevano piano, come se contassero da sole senza bisogno degli occhi. La infilò sotto il materasso, senza contare le banconote.

— Signora, — le dissi, — non dovrebbe fidarsi di tenere i soldi lì.

— Domani vado in banca, — rispose. — Apro un conto tutto mio. Uno di quelli che non tocca nessuno.

La guardai. Era come se avesse già deciso tutto, e la busta della figlia fosse solo un pezzo del piano.

Qualche giorno dopo venne Matteo, il figlio. Lo riconobbi dalla voce, perché parlava come al telefono quella sera, con la stessa fretta, come se la vita fosse un treno da non perdere.

— Mia madre? — chiese, senza nemmeno salutare.

— È fuori città, — mentii. — Non mi ha lasciato il nuovo indirizzo.

— Non ci credo. Lei sa dove abita. Me lo dica, devo vederla.

— Signor Matteo, — dissi, — sua madre ha cambiato casa. Non ha voluto lasciare il nuovo numero.

Lui guardò il distributore del caffè, il neon che lampeggiava, la valigia rotta appoggiata nell'angolo. Poi tirò fuori il telefono, fece una foto al banco e se ne andò senza dire nient'altro.

Quella foto non la capii. Forse serviva a dimostrare alla moglie che era stato lì. O forse a ricordarsi il punto esatto in cui sua madre aveva smesso di corrergli dietro.

Passò un'altra settimana. Un sabato mattina, presto, entrò la più giovane. Non disse il nome, ma aveva gli occhi gonfi e un ombrello a pois, fradicio anche quello.

— Sono la figlia minore, — disse. — Mi chiamo Giorgia. So che mia madre è stata qui. Mi ha chiamato la settimana scorsa, ma non ho potuto rispondere. Le ho fatto una promessa.

— Che promessa?

— Che non le avrei mai chiuso la porta. E invece l'ho fatto, perché avevo paura che restasse per sempre. Che non se ne andasse più. Che io non sarei riuscita a dirle di uscire. Così le ho detto che non c'era posto.

Si sedette sulla panca di legno, con l'ombrello che faceva una pozzanghera ai suoi piedi. Io le porsi un asciugamano. Lo prese, ma non si asciugò.

— Adesso voglio dirle che ho sbagliato. Che può stare da me quanto vuole. Che le do le chiavi.

— Glielo dica lei, — risposi. — Io non posso fare da tramite.

Silvana arrivò un'ora dopo. Aveva in mano una cartelletta blu, di quelle con l'elastico. La strinse al petto, come se fosse una cosa viva.

Giorgia si alzò in piedi, le corse incontro e le buttò le braccia al collo. Silvana rimase ferma. Non la respinse, ma non la strinse. Poi fece un passo indietro.

— Mamma, perdonami, — disse la figlia. — Ti prego, vieni a stare da me. Ho una camera. Ti do le chiavi. Non devi più stare in quella stanza.

Silvana posò la cartelletta sul banco, con il lato dell'elastico verso di me. Vidi il logo della banca, quello verde con la scritta dorata.

— Giorgia, — disse, — io non torno indietro. Apro un conto oggi. Un conto tutto mio, con i soldi che mi sono rimasti e con i quattromila euro che tua sorella mi ha portato. Non sono molti: settemilatrecento euro. Ma sono miei. Da oggi, nessuno di voi toccherà mai più un euro da me.

La figlia guardò la cartelletta, poi la madre. Aprì la bocca, la richiuse.

— Mamma, cosa vuoi dire?

— Voglio dire che ho chiuso il vecchio conto in Germania, quello da cui vi mandavo i soldi per l'affitto, per la macchina, per la scuola delle bambine. Ho aperto questo. Vedete? — Aprì la cartelletta, mostrò un foglio con un numero lungo. — Questo è il mio IBAN. Da oggi i vostri bonifici li fate da soli. Io non pago più niente per nessuno, solo per me.

Giorgia rimase immobile, con l'ombrello a pois che gocciolava sul pavimento. Io guardavo il neon che continuava a lampeggiare. Sentivo il gatto miagolare fuori.

— Mamma, — disse piano la figlia, con la voce che si spezzava a metà della parola.

Non credo che Silvana la sentì. Riprese la cartelletta blu, la chiuse, la infilò nella borsa. Poi si voltò verso di me.

— Grazie, Rosalba. Le devo molto.

Io non risposi. La guardai uscire, con la chiave della stanza in via delle Rose che le sporgeva dal taschino del cappotto. Era una chiave normale, con un portachiavi a forma di conchiglia. Ma in quel momento sembrava l'unica cosa al mondo che non fosse rotta.

Giorgia rimase seduta dieci minuti. Non era contenta: torceva l'asciugamano tra le mani, piegandolo in quattro e poi in otto, come se dovesse farlo stare in una tasca piccolissima. Poi uscì anche lei, senza ombrello. La pioggia le colava sui capelli, ma non se ne accorgeva.

Da allora Silvana viene a trovarmi ogni tanto. Mi porta un sacchetto di mandarini dalla bancarella di via Sparano e mi racconta le pulizie che fa. Ha smesso di telefonare ai figli la sera. Qualche volta loro chiamano. Lei risponde, dice poche parole, poi mette giù. Non ha più la voce che sentii quella sera, quella di chi aspetta di essere salvata.

La sua stanza è ancora in via delle Rose, duecento euro al mese. Ha comprato una pianta di basilico per il davanzale e una coperta nuova per il letto. La valigia con la ruota rotta l'ha buttata via la settimana scorsa.

Io non so se ha perdonato i figli. So solo che ha aperto un conto a suo nome, con settemilatrecento euro, e che non paga più nulla per nessuno.

L'altro giorno è venuto Matteo. Non ha chiesto della madre. Ha guardato il banco, il distributore del caffè spento, la cartelletta blu che avevo lasciato sul ripiano per ricordarmi di restituirla a Silvana. Poi ha detto: «Lo sa che la lampadina del corridoio è fulminata?».

— Lo so, — ho risposto.

Lui ha annuito, ha infilato le mani in tasca e se n'è andato senza aggiungere altro, lasciando la porta socchiusa dietro di sé.

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