Lavoro in questa trattoria a Parma da undici anni. Il mio turno finiva a mezzanotte, ma quel sabato sera ero rimasta fino alle undici e mezzo a pulire i tavoli. Fuori pioveva: una pioggia fine che si infilava nel bavero. La vetrina era appannata, e dentro c'era odore di ragù e di caffè macinato. Sul bancone un televisore senza volume trasmetteva il telegiornale regionale: parlavano del traffico in tangenziale.
Quella sera c'era una rimpatriata di ex compagni di scuola nel salone privato. Io servivo solo il bancone e il giro dei tavoli esterni. La rimpatriata era nel locale attiguo, ma le porte scorrevoli erano aperte, e ogni tanto andavo a ritirare i vassoi sporchi. È così che mi sono trovata a vedere tutta la scena.
Riccardo Serra lo conoscevo di fama: aveva una ditta edile e si vantava sempre dei cantieri nuovi. Quella sera indossava un orologio che luccicava sotto le luci basse. Aveva una compagna con un vestito rosso, che guardava il cellulare con noia. Lui invece parlava forte, si sentiva anche dal bancone.
Sara, la donna che conoscevo come cliente abituale, era in piedi vicino alla finestra. Aveva un bicchiere di spuma in mano. Riccardo si è avvicinato, l'ha bloccata contro la finestra e ha detto, scandendo le parole: «Allora, non hai trovato un marito che ti mantenesse con il bambino?».
Io stavo asciugando i bicchieri, ma mi sono fermata. Sara ha messo il bicchiere sul davanzale. Non ha risposto subito. Riccardo ha continuato: «Sei ancora l'infermiera all'ospedale? Be', la stabilità è già qualcosa». Ha riso, e la sua compagna ha scosso la testa senza alzare gli occhi.
Io non ho sentito tutto. Ho sentito solo Sara che diceva: «Mio figlio si chiama Lorenzo». Poi Riccardo: «Ah, sì, Lorenzo. Otto anni, vero?». Sara ha detto: «Nove anni e quattro mesi». E lui ha fatto una smorfia. «Ti ho mandato dei soldi. Sei tu che non li hai più chiesti». Poi si è girato verso la sala e ha alzato il calice: «Salute alla carriera di tutti. Anche a chi conta le pillole in corsia».
Sara si è messa il cappotto. L'ho vista uscire. Non ha chiamato un taxi, è andata a piedi sotto la pioggia, verso la fermata dell'autobus. Sono rimasta lì con il panno in mano.
Passano i mesi. È marzo, direi, ma ancora freddo. Io sono ancora in piedi dietro al bancone. La trattoria non è cambiata: il menu è lo stesso, il parmigiano è così. Arriva Sara. Non è sola. Con lei c'è un uomo, un tipo con le spalle larghe e una faccia buona, e un ragazzino sui nove anni che tiene per mano. Hanno una scatola di cartone: una torta.
Sara ha una fede al dito. Il ragazzo, Lorenzo, la tira per la manica e dice: «Mamma, possiamo sederci vicino alla finestra?». Lei fa cenno di sì con un gesto della mano. I tre si siedono. Io porto i menu. Lorenzo legge a voce alta: «Tortellini in brodo!». Il padre, o meglio il marito della madre, gli spiega: «Sono i più buoni della città». Io sposto il vaso di fiori al centro del tavolo.
Passa mezz'ora. Entra Riccardo. Non è una rimpatriata, stavolta. È lì per una cena con dei clienti, forse. Si guarda intorno, vede Sara. Il suo volto si irrigidisce. Si avvicina al tavolo. Io sono lì con il taccuino per prendere l'ordinazione.
Riccardo guarda l'uomo accanto a Sara e poi la fede. Dice, con la solita voce alta: «Quindi alla fine ti sei sistemata. Devo smettere di pagare, allora? Ora c'è una persona che ti mantiene».
Io sono in imbarazzo. Il marito di Sara fa per alzarsi, ma Sara gli mette una mano sul braccio. Una mano ferma. Non dice niente. Prende la borsa dal tavolo, la apre, tira fuori un foglio. Un foglio con timbri e firme. Lo posa davanti a Riccardo. «Queste sono le date delle visite approvate dal tribunale», dice. «Se vuoi essere un padre, presentati alle undici del mattino, come scritto. Il mio matrimonio non ha nulla a che fare con i tuoi obblighi».
Il foglio è intestato: «Tribunale dei minori di Bologna». Riccardo lo prende. Lo accartoccia. Lo tiene stretto nel pugno, e le nocche gli diventano bianche. Il marito di Sara posa la torta sul tavolo con un tonfo leggero. Lorenzo lo guarda e dice: «Papà Francesco, la torta è per te». Francesco gli accarezza i capelli, senza staccare gli occhi da Riccardo.
Riccardo guarda Lorenzo, poi di nuovo il foglio nel pugno. Apre le dita, lo stende sul bordo del tavolo, lo liscia due volte con il palmo. Se lo mette nella tasca interna del cappotto. Resta un attimo fermo, come se avesse dimenticato cosa dire. Poi si volta e se ne va senza aggiungere altro. La sua compagna lo guarda dal bancone, il cellulare ancora in mano, ma non lo segue: ordina un altro bicchiere di vino.
Io riprendo il mio taccuino. «Allora, avete deciso?» chiedo. Non so cos'altro dire.
Il resto della serata è normale, o quasi. Sara mangia i tortellini, ma lascia metà del brodo nel piatto. Francesco racconta una storia sulla fabbrica dove lavora, alzando un po' troppo la voce, come per riempire uno spazio. Lorenzo disegna su un tovagliolo una macchina con le ruote troppo grandi.
Il mio turno finisce alle undici e quaranta. Esco. Fuori piove ancora, lo stesso tipo di pioggia di quella sera di ottobre. Attraverso la strada per prendere l'autobus. Il biglietto costa un euro e cinquanta. L'autobus parte, passa davanti alla trattoria illuminata. Guardo dal finestrino: Riccardo è fermo sul marciapiede, il colletto del cappotto alzato, il foglio ormai spiegazzato che tiene con due dita come se pesasse. Non guarda il telefono, non guarda la trattoria. Guarda solo la strada bagnata davanti a sé.
Mi siedo in fondo al bus. Il vetro è appannato. Lo strofino con il dorso della mano, e attraverso la striscia pulita vedo la sagoma di Riccardo rimpicciolire, poi sparire dietro l'insegna della trattoria che si allontana nella pioggia.







