Vidi il boss firmare con sollievo. Vent’anni dopo, sua figlia entrò nel mio studio

Vidi il boss firmare con sollievo. Vent'anni dopo, sua figlia entrò nel mio studio

Sono un notaio. In quarant'anni di professione ho visto divorzi sufficienti a riempire un armadio, ma quello lo ricordo perché l'uomo seduto davanti a me, Enrico Fontana, firmò le carte senza guardare la moglie e quando appoggiò la penna le sue spalle si allentarono come chi ha appena evitato un incidente. Non sorrise, era uno di quelli che non sorridono mai in presenza d'altri, ma la mascella smise di contrarsi e le dita smisero di tamburellare sul bracciolo in pelle. Per lui la pratica era chiusa. Per lei, Chiara Bianchi — aveva preteso di riprendere il cognome da nubile già in quell'atto — cominciava qualcosa che all'epoca non potevo indovinare.

Lo studio era in via della Spiga, a Milano, due piani sopra una gioielleria. Quel pomeriggio pioveva e l'acqua rigava le finestre a battente. Il mio collaboratore aveva preparato l'accordo: cinquantamila euro, niente alimenti, niente vincoli. Chiara indossava un abito blu scuro, taglio semplice, e un filo di perle che forse era finto. Le tremava un muscolo sotto l'occhio, ma la mano con cui firmò «Chiara Bianchi» restò ferma. Fontana la guardò per un istante — l'unico in tutta la seduta — poi distolse gli occhi e disse all'avvocato: «Finiamo qui».

Non mi occupai più di loro per vent'anni.

Seppi molto tempo dopo che Chiara quel giorno era incinta di due mesi senza che il marito lo sapesse. Seppi che aveva preso i cinquantamila euro, aveva ritirato tutto in contanti e si era volatilizzata. Enrico Fontana, imprenditore di quelli che costruivano palazzi e svuotavano cantieri con uomini che non parlavano mai con la polizia, la fece cercare per mesi. Poi smise. O almeno, questo fu ciò che i giornali scrissero quando l'impero cominciò a scricchiolare.

La seconda volta che li vidi — anzi, che vidi la figlia — fu a Genova, dove mi ero trasferito dopo la pensione della mia socia. Facevo ancora qualche atto, più per abitudine che per necessità. Un pomeriggio di ottobre, una donna sui venticinque anni, capelli scuri raccolti in una coda bassa, mi prenotò per la costituzione di una fondazione. Disse al telefono: «Mi chiamo Alessia Fontana». Riattaccai con un nodo allo stomaco.

Due giorni dopo, alle undici, la vidi entrare nel mio studio di piazza de Ferrari. Aveva gli stessi occhi del padre: fermi, scuri, capaci di leggerti senza che tu te ne accorga. Ma il modo di muoversi era quello della madre, un portamento trattenuto di chi ha imparato a non occupare troppo spazio. Posò sul tavolo una cartelletta blu, un computer portatile e, senza che glielo chiedessi, la fede nuziale di Chiara. La riconobbi subito: oro bianco, piccolo diamante. L'avevo vista nella mano sinistra di Chiara quando si era alzata per andarsene. Ricordavo l'incisione interna: *Fino a quando ci incontreremo di nuovo*.

«Mia madre mi ha permesso di tenerla» disse Alessia. «Ora voglio buttarla in mare.»

Non ero lì per farmi raccontare storie, ma capii che quella donna era venuta da me non a caso. Forse aveva scelto lo stesso notaio che aveva visto suo padre firmare il divorzio. Forse cercava una specie di cerchio da chiudere. Fatto sta che restai seduto e ascoltai.

Quello che ricostruii, tra i ritagli dei giornali, le confidenze di lei e l'archivio della mia stessa carriera, è che Enrico Fontana aveva costruito un impero sull'appalto pilotato, la paura e una rete di favori che teneva insieme politici, imprese e tre regioni. Aveva sposato Chiara Bianchi, cameriera in una sala ricevimenti dove lui andava a bere il caffè, e l'aveva messa in un attico con due guardie del corpo. Per tre anni lei lo aveva aspettato a cena, aveva imparato a riconoscere i cigolii del parquet per non disturbarlo durante le riunioni notturne, e si era convinta di amarlo. Lui invece l'aveva trattata come un soprammobile silenzioso, finché un giorno decise che quel matrimonio era stato un errore.

Chiara incassò il divorzio e scomparve. Si tinse i capelli, usò una vecchia identità comprata da un falsario di Lambrate, e prese un treno per Torino. Partorì da sola, di notte, e chiamò la bambina Alessia. Poi Genova, poi Verona, poi di nuovo Torino. Lavorò in nero, affittò monolocali, cambiò città ogni volta che un volto sospetto compariva nel quartiere. Passò nove anni a correre, prima che un uomo di Fontana, un certo Mauro, si presentasse alla scuola di Alessia spacciandosi per un parente.

La sera in cui bussarono alla porta di Chiara, a Verona, pioveva di nuovo. Mauro era in piedi sul pianerottolo e disse: «Il signor Fontana sta morendo. Un cancro al pancreas. Vuole conoscere sua figlia una volta sola». Chiara chiuse la porta ma non riuscì a impedire che la bambina sentisse tutto. Alessia, nove anni, disse: «Voglio conoscerlo».

L'incontro avvenne ai Giardini Pubblici di Milano. Enrico arrivò in ambulanza, sorretto da Mauro. La bambina lo vide scavato dalla malattia, la pelle grigia, e tirò fuori dalla tasca un foglietto con le domande. «Colore preferito?» «Cibo preferito?» «Perché hai fatto del male alla mamma?» Lui rispose a tutto, anche a quelle che gli facevano abbassare gli occhi. Disse che era stato cieco, che aveva confuso la pace con la noia, che la madre di Alessia lo aveva amato e lui non aveva saputo vederlo. Le diede l'anello di Chiara, e una lettera.

Quattro giorni dopo, un nemico di Fontana, Vittorio Greco, sequestrò la bambina dalla casa sicura in Liguria dove erano state nascoste dal padre. La portò in una villa sulle Alpi, a Madesimo. Ricordo i titoli dei quotidiani: «Sequestro lampo, bimba di nove anni ostaggio del clan Greco». Vicino alla foto della villa, un comunicato anonimo diceva che Fontana doveva presentarsi di persona. E lui ci andò. Arrivò in barella, con l'ossigeno e il cuore che a stento reggeva, e offrì a Greco un archivio di documenti che avrebbe smantellato il suo impero criminale in cambio della libertà della figlia e della ex moglie. Prima di partire aveva già affidato al suo avvocato, in un plico sigillato da consegnare a Greco solo dopo la liberazione delle ostaggi, le chiavi di accesso a quell'archivio e le disposizioni per liquidare le attività legali a favore di Alessia.

Greco accettò lo scambio. Chiara e Alessia vennero fatte uscire. Poi, mentre Greco aspettava le coordinate dei file, Enrico Fontana morì. Il cuore cedette, o forse lui lo lasciò cedere. Non diede a Vittorio Greco la soddisfazione di strappargli nulla, se non qualche minuto di rabbia. L'avvocato, come da disposizioni, consegnò comunque l'archivio alla magistratura: fu quella la base su cui, anni dopo, Alessia costituì il fondo per le vittime.

La Fondazione che Alessia venne a costituire nel mio studio, sedici anni più tardi, portava il cognome del padre. «Non per riscattarlo», mi spiegò mentre firmavamo l'atto, «ma per ricordare che il potere senza responsabilità distrugge le famiglie. E per dare a bambini come me un posto dove non dover scappare.»

Lessi lo statuto mentre la sentivo parlare. Programmi di assistenza legale, psicologica e di trasferimento per minori con genitori detenuti o coinvolti nella criminalità organizzata. Un fondo di emergenza che poteva essere attivato in poche ore. La cifra iniziale era quaranta milioni di euro, provenienti dalla liquidazione delle attività legali del padre, amministrate in fedecommesso fino alla maggiore età di Alessia e poi rimaste a rendita fino a quel giorno.

«I soldi non sono sporchi», disse Alessia. «Almeno, non tutti. Quelli che lo erano sono finiti al fondo per le vittime, grazie ai documenti che mio padre lasciò all'avvocato».

Le chiesi che fine avesse fatto Chiara. Rispose che insegnava in una scuola elementare vicino a Genova, e che si era ripresa il cognome Bianchi anche sulla carta d'identità. «Non ha mai voluto parlare male di mio padre. Diceva solo: 'Era fatto così, e io ho scelto di non esserlo più'».

Quando finimmo le firme, Alessia prese l'anello e lo tenne nel palmo. «Adesso voglio mantenere una promessa». Non capii, poi aggiunse: «Venga con me. C'è una scogliera a Bogliasco, qui vicino. Ci mettiamo dieci minuti di macchina.»

La accompagnai. C'era vento, il mare era grigio e le onde si rompevano contro gli scogli. Alessia si tolse le scarpe, si avvicinò al bordo della scogliera e rimase a guardare l'acqua. Non disse preghiere, non fece discorsi. Aprì la mano e lasciò cadere l'anello. Il piccolo diamante sparì tra la schiuma senza un suono che potessi sentire.

«Iscrizione sbagliata», disse quando tornò verso la macchina, infilandosi le scarpe una dopo l'altra, appoggiata al cofano. «Non ci incontreremo di nuovo. Non ne ho bisogno.»

Salì in macchina e mi aspettò per riportarmi in studio. Non scrissi mai una parola di questa storia, se non in questo taccuino che lascerò a mio nipote.

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