Da quando era rimasto vedovo, Carlo aveva preso l’abitudine di uscire di casa quando Bologna sembrava ancora addormentata, perché il turno del mattino nel deposito degli autobus iniziava presto e lui preferiva arrivare con qualche minuto di anticipo piuttosto che bere il caffè da solo nella cucina silenziosa

Da quando era rimasto vedovo, Carlo aveva preso l’abitudine di uscire di casa quando Bologna sembrava ancora addormentata, perché il turno del mattino nel deposito degli autobus iniziava presto e lui preferiva arrivare con qualche minuto di anticipo piuttosto che bere il caffè da solo nella cucina silenziosa. A cinquantotto anni conosceva ogni crepa dei marciapiedi del quartiere, ogni serranda che si alzava all’alba e perfino i gatti che aspettavano davanti alla panetteria, perciò quella piccola sagoma color rame che attraversò improvvisamente la strada gli fece subito rallentare.

All’inizio pensò a un cucciolo, ma quando l’animale si fermò sotto una macchina parcheggiata e voltò la testa, Carlo riconobbe il muso sottile e le grandi orecchie di una giovane volpe. Era ancora piccolissima, con le zampe sproporzionate e la coda già folta, e dopo averlo osservato per un istante ripartì verso un vecchio deposito ferroviario abbandonato dietro una recinzione.

Carlo avrebbe dovuto raggiungere la fermata, ma la curiosità ebbe la meglio e seguì l’animale fino a un varco tra due pannelli metallici. Non entrò, perché il terreno era pieno di ferraglia e mancavano pochi minuti all’autobus, ma durante tutta la giornata continuò a chiedersi che cosa facesse una volpe così giovane completamente sola in mezzo alle case.

La sera tornò con una torcia.

Dietro il deposito trovò una specie di cortile dimenticato, invaso dalle erbacce e protetto da cataste di vecchi pallet, e fu proprio da lì che sentì provenire un miagolio. Avvicinandosi con cautela scoprì una gatta tigrata accovacciata dentro una cassa di legno rovesciata insieme a tre gattini, mentre poco più indietro spuntavano due grandi orecchie rossicce.

Carlo rimase incredulo.

La volpina non era capitata lì per caso, perché dormiva insieme ai piccoli e la gatta non mostrava alcuna paura nei suoi confronti. Quando uno dei gattini si mosse, la giovane volpe gli appoggiò il muso sulla schiena, mentre la madre continuò tranquillamente ad allattare.

Da quel giorno Carlo cominciò a lasciare del cibo in un punto riparato, senza cercare di toccare gli animali e mantenendo sempre una certa distanza. Portava soprattutto cibo adatto alla gatta e acqua fresca, mentre per la volpe evitava di trasformare quelle visite in un’abitudine troppo stretta, perché sapeva che prima o poi avrebbe dovuto tornare alla propria vita selvatica.

Passarono le settimane e i piccoli crebbero.

I tre gattini diventavano ogni giorno più avventurosi, ma la volpe cresceva a una velocità impressionante e presto li superò di parecchio. Carlo la chiamò mentalmente Rame, per il colore acceso del mantello, anche se non pronunciava mai quel nome quando le si avvicinava.

La cosa che più lo sorprendeva era il rapporto con la gatta.

Quando lei si spostava da un riparo all’altro, Rame la seguiva; quando i gattini giocavano, la volpe correva con loro, adattando goffamente i propri movimenti a quelli dei fratelli adottivi. Se un rumore improvviso li spaventava, tutti e quattro cercavano istintivamente la stessa madre.

Una sera Carlo incontrò davanti al deposito una ragazza che portava alcune ciotole.

— Anche lei viene per la gatta? — domandò.

Si chiamava Marta e faceva volontariato presso un’associazione che recuperava animali randagi. Carlo le raccontò della volpe, aspettandosi incredulità, ma Marta divenne immediatamente seria.

— Non dobbiamo abituarla troppo alle persone. Se cresce pensando che tutti siano amici, prima o poi finirà nei guai.

Da allora organizzarono le cose con maggiore attenzione. Marta controllava i gattini e cercava una soluzione per la loro futura adozione, mentre Carlo continuava soprattutto a osservare, sempre più affezionato a quella famiglia improbabile senza però dimenticare che Rame non era un animale domestico.

Una notte di luglio, dopo un turno straordinario, Carlo passò davanti al deposito poco dopo mezzanotte.

L’aria era calda e le strade quasi vuote, e dal cortile arrivava il rumore leggero delle corse dei piccoli. Carlo rimase dietro la recinzione e vide i tre gattini inseguirsi tra le erbacce, mentre Rame faceva scatti velocissimi attorno a loro e la gatta li osservava da qualche metro di distanza.

Poi tutto cambiò.

Dal fondo della strada arrivarono alcuni cani randagi, attirati probabilmente dall’odore del cibo o dai movimenti degli animali. Non erano enormi, ma erano abbastanza numerosi da costringere la gatta a raccogliere immediatamente i piccoli vicino a sé.

Carlo sentì lo stomaco stringersi.

Aprì il cancello laterale e cominciò ad avanzare battendo le mani e gridando per allontanare i cani, ma si trovava ancora troppo lontano. La gatta inarcò la schiena davanti ai cuccioli, mentre i tre gattini si ammassavano dietro di lei.

Rame, invece, era rimasta qualche metro più avanti.

— Via! — gridò Carlo, accelerando il passo. — Andate via!

Due cani esitarono, ma quello davanti continuò ad avvicinarsi.

Carlo cercò qualcosa da agitare e afferrò un vecchio secchio di plastica abbandonato vicino alla recinzione, convinto che la volpe sarebbe scappata da un momento all’altro. Sarebbe stata la cosa più naturale, perché aveva spazio sufficiente per allontanarsi e nessuno dei cani la stava ancora inseguendo.

Rame fece esattamente il contrario.

Si voltò per un istante verso la gatta e i tre piccoli raccolti dietro di lei, poi tornò a fissare gli animali che avanzavano. Abbassò il corpo, irrigidì le zampe e sollevò la coda, mentre dal suo petto usciva un verso basso che Carlo non le aveva mai sentito fare.

— Rame, no… — mormorò lui, pur sapendo che la volpe non poteva comprenderlo.

Il cane più vicino avanzò ancora.

La giovane volpe non arretrò di un centimetro.

Carlo era ormai abbastanza vicino da vedere perfettamente i suoi occhi e comprese, con un misto di paura e stupore, che quell’animale cresciuto accanto a tre gattini non stava pensando di mettersi in salvo.

Stava proteggendo la propria famiglia.

Poi il cane fece un altro passo e Rame scattò in avanti.

Da quando era rimasto vedovo, Carlo aveva preso l’abitudine di uscire di casa quando Bologna sembrava ancora addormentata, perché il turno del mattino nel deposito degli autobus iniziava presto e lui preferiva arrivare con qualche minuto di anticipo piuttosto che bere il caffè da solo nella cucina silenziosa. A cinquantotto anni conosceva ogni crepa dei marciapiedi del quartiere, ogni serranda che si alzava all’alba e perfino i gatti che aspettavano davanti alla panetteria, perciò quella piccola sagoma color rame che attraversò improvvisamente la strada gli fece subito rallentare.

All’inizio pensò a un cucciolo, ma quando l’animale si fermò sotto una macchina parcheggiata e voltò la testa, Carlo riconobbe il muso sottile e le grandi orecchie di una giovane volpe. Era ancora piccolissima, con le zampe sproporzionate e la coda già folta, e dopo averlo osservato per un istante ripartì verso un vecchio deposito ferroviario abbandonato dietro una recinzione.

Carlo avrebbe dovuto raggiungere la fermata, ma la curiosità ebbe la meglio e seguì l’animale fino a un varco tra due pannelli metallici. Non entrò, perché il terreno era pieno di ferraglia e mancavano pochi minuti all’autobus, ma durante tutta la giornata continuò a chiedersi che cosa facesse una volpe così giovane completamente sola in mezzo alle case.

La sera tornò con una torcia.

Dietro il deposito trovò una specie di cortile dimenticato, invaso dalle erbacce e protetto da cataste di vecchi pallet, e fu proprio da lì che sentì provenire un miagolio. Avvicinandosi con cautela scoprì una gatta tigrata accovacciata dentro una cassa di legno rovesciata insieme a tre gattini, mentre poco più indietro spuntavano due grandi orecchie rossicce.

Carlo rimase incredulo.

La volpina non era capitata lì per caso, perché dormiva insieme ai piccoli e la gatta non mostrava alcuna paura nei suoi confronti. Quando uno dei gattini si mosse, la giovane volpe gli appoggiò il muso sulla schiena, mentre la madre continuò tranquillamente ad allattare.

Da quel giorno Carlo cominciò a lasciare del cibo in un punto riparato, senza cercare di toccare gli animali e mantenendo sempre una certa distanza. Portava soprattutto cibo adatto alla gatta e acqua fresca, mentre per la volpe evitava di trasformare quelle visite in un’abitudine troppo stretta, perché sapeva che prima o poi avrebbe dovuto tornare alla propria vita selvatica.

Passarono le settimane e i piccoli crebbero.

I tre gattini diventavano ogni giorno più avventurosi, ma la volpe cresceva a una velocità impressionante e presto li superò di parecchio. Carlo la chiamò mentalmente Rame, per il colore acceso del mantello, anche se non pronunciava mai quel nome quando le si avvicinava.

La cosa che più lo sorprendeva era il rapporto con la gatta.

Quando lei si spostava da un riparo all’altro, Rame la seguiva; quando i gattini giocavano, la volpe correva con loro, adattando goffamente i propri movimenti a quelli dei fratelli adottivi. Se un rumore improvviso li spaventava, tutti e quattro cercavano istintivamente la stessa madre.

Una sera Carlo incontrò davanti al deposito una ragazza che portava alcune ciotole.

— Anche lei viene per la gatta? — domandò.

Si chiamava Marta e faceva volontariato presso un’associazione che recuperava animali randagi. Carlo le raccontò della volpe, aspettandosi incredulità, ma Marta divenne immediatamente seria.

— Non dobbiamo abituarla troppo alle persone. Se cresce pensando che tutti siano amici, prima o poi finirà nei guai.

Da allora organizzarono le cose con maggiore attenzione. Marta controllava i gattini e cercava una soluzione per la loro futura adozione, mentre Carlo continuava soprattutto a osservare, sempre più affezionato a quella famiglia improbabile senza però dimenticare che Rame non era un animale domestico.

Una notte di luglio, dopo un turno straordinario, Carlo passò davanti al deposito poco dopo mezzanotte.

L’aria era calda e le strade quasi vuote, e dal cortile arrivava il rumore leggero delle corse dei piccoli. Carlo rimase dietro la recinzione e vide i tre gattini inseguirsi tra le erbacce, mentre Rame faceva scatti velocissimi attorno a loro e la gatta li osservava da qualche metro di distanza.

Poi tutto cambiò.

Dal fondo della strada arrivarono alcuni cani randagi, attirati probabilmente dall’odore del cibo o dai movimenti degli animali. Non erano enormi, ma erano abbastanza numerosi da costringere la gatta a raccogliere immediatamente i piccoli vicino a sé.

Carlo sentì lo stomaco stringersi.

Aprì il cancello laterale e cominciò ad avanzare battendo le mani e gridando per allontanare i cani, ma si trovava ancora troppo lontano. La gatta inarcò la schiena davanti ai cuccioli, mentre i tre gattini si ammassavano dietro di lei.

Rame, invece, era rimasta qualche metro più avanti.

— Via! — gridò Carlo, accelerando il passo. — Andate via!

Due cani esitarono, ma quello davanti continuò ad avvicinarsi.

Carlo cercò qualcosa da agitare e afferrò un vecchio secchio di plastica abbandonato vicino alla recinzione, convinto che la volpe sarebbe scappata da un momento all’altro. Sarebbe stata la cosa più naturale, perché aveva spazio sufficiente per allontanarsi e nessuno dei cani la stava ancora inseguendo.

Rame fece esattamente il contrario.

Si voltò per un istante verso la gatta e i tre piccoli raccolti dietro di lei, poi tornò a fissare gli animali che avanzavano. Abbassò il corpo, irrigidì le zampe e sollevò la coda, mentre dal suo petto usciva un verso basso che Carlo non le aveva mai sentito fare.

— Rame, no… — mormorò lui, pur sapendo che la volpe non poteva comprenderlo.

Il cane più vicino avanzò ancora.

La giovane volpe non arretrò di un centimetro.

Carlo era ormai abbastanza vicino da vedere perfettamente i suoi occhi e comprese, con un misto di paura e stupore, che quell’animale cresciuto accanto a tre gattini non stava pensando di mettersi in salvo.

Stava proteggendo la propria famiglia.

Poi il cane fece un altro passo e Rame scattò in avanti.

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