Il prezzo di un po’ di pace
Quando Giulia cominciò a pranzare davanti al computer per riuscire a uscire dall’ufficio prima delle otto, capì che le vacanze non erano più un capriccio, ma una necessità. Da quasi un anno viveva a Bologna con suo marito Andrea nell’appartamento di sua suocera, e ogni giornata sembrava composta da due turni consecutivi: il primo nell’agenzia immobiliare dove lavorava come responsabile commerciale, il secondo dentro una casa nella quale non riusciva mai a sentirsi davvero a casa.
Lucia, la madre di Andrea, non era apertamente ostile, e forse proprio questo rendeva tutto più difficile, perché ogni imposizione arrivava travestita da consiglio premuroso. Se Giulia comprava qualcosa di pronto perché rincasava tardi, Lucia sospirava parlando della salute di suo figlio; se la domenica dormiva fino alle nove, cominciava a passare l’aspirapolvere davanti alla camera, spiegando poi con innocenza che lei era abituata ad alzarsi presto.
Andrea aveva sempre la stessa risposta.
— Porta pazienza, appena avremo abbastanza soldi per l’anticipo ce ne andremo.
Giulia aveva portato pazienza per undici mesi, mettendo da parte quasi tutto ciò che avanzava dal suo stipendio. Tuttavia, una parte di quei risparmi l’aveva destinata a qualcosa di diverso: otto giorni in Sicilia a settembre, possibilmente in un piccolo albergo vicino al mare, senza programmi, visite obbligatorie o parenti da accontentare.
Una sera mostrò ad Andrea due offerte sul tablet.
— Guarda questa a Marina di Ragusa. Con i voli viene meno di quanto pensassi, e posso pagare io la maggior parte perché ho tenuto da parte dei soldi apposta.
Andrea scorse distrattamente le fotografie.
— Quanto?
Giulia glielo disse.
Lui sollevò immediatamente gli occhi.
— Per otto giorni?
— Per otto giorni in cui non devo rispondere alle telefonate dell’ufficio, cucinare per nessuno e sentirmi dire che ho lasciato una tazza nel lavello.
Andrea appoggiò il tablet sul letto.
— Non ti sembra assurdo spendere così tanto mentre diciamo di voler comprare casa?
— Mi sembrerebbe più assurdo arrivare a dicembre senza riuscire più nemmeno a dormire.
— Sei soltanto stanca.
— È esattamente quello che sto cercando di spiegarti.
Andrea non rispose e Giulia pensò che la discussione fosse finita lì. Due giorni dopo, però, lui le mandò un messaggio chiedendole di non prendere ancora i biglietti perché aveva trovato una soluzione molto più intelligente.
La sera successiva Lucia preparò una crostata e apparecchiò perfino con il servizio buono, cosa che mise Giulia in allarme ancora prima che qualcuno aprisse bocca. Dopo cena Andrea tirò fuori alcune fotografie stampate e le dispose sul tavolo.
Mostravano una vecchia casa sulle colline modenesi, con persiane scolorite, una terrazza invasa dalle erbacce e diverse tegole mancanti.
— La riconosci — disse.
Naturalmente Giulia la riconosceva. Era la casa di campagna ereditata da Lucia molti anni prima, dove trascorrevano qualche domenica estiva insieme a zii, cugini e amici della suocera.
— Il muratore è passato ieri — spiegò Lucia. — Bisognerebbe sistemare il tetto sopra la cucina, rifare una parte dell’impianto elettrico e mettere in sicurezza il terrazzo.
Giulia guardò prima lei e poi Andrea.
— E cosa c’entra con le nostre ferie?
Andrea sorrise come se aspettasse proprio quella domanda.
— Invece di buttare soldi in alberghi, potremmo sistemare la casa. Una volta fatti i lavori avremmo un posto dove andare quando vogliamo.
Giulia rimase qualche secondo in silenzio.
— “Potremmo” significa quanto ciascuno?
Lucia abbassò gli occhi sulla tovaglia.
Andrea si schiarì la voce.
— Il preventivo è più o meno uguale alla cifra che avevi messo da parte per la Sicilia.
Solo allora Giulia comprese.
— State chiedendo a me di pagarlo tutto?
— Non metterla così — rispose Andrea. — Quei soldi volevi comunque spenderli per riposarti. Qui almeno rimane qualcosa.
— Rimane a chi?
La domanda fece sparire il sorriso dal volto del marito.
Lucia intervenne immediatamente.
— Giulia, quella casa un giorno sarà di Andrea, quindi indirettamente sarà anche vostra. Io non sono eterna.
— Oggi, però, è intestata a lei.
— Certamente, ma in famiglia non si ragiona con il notaio in mano.
Giulia inspirò lentamente.
— Quindi io rinuncio alle vacanze, pago i lavori di una proprietà che non è mia e poi cosa succede?
Andrea allargò le braccia.
— Ci andiamo a riposare.
— Noi due?
Lucia sembrò sorpresa.
— Naturalmente ci sarò anch’io quando ne avrò voglia. È casa mia. E d’estate viene spesso tua cognata con i bambini, ma c’è spazio per tutti.
Giulia abbassò lo sguardo sulle fotografie sparse sul tavolo. In una si vedeva il terrazzo dove, durante l’ultima visita, aveva trascorso mezza giornata a servire piatti a dodici persone mentre Andrea giocava a carte con suo cognato.
— Fammi capire bene — disse. — Io uso i soldi che ho risparmiato lavorando per un anno, sistemo la casa di tua madre e il premio sarebbe trascorrere le ferie lì insieme a tutta la famiglia?
— Quando lo dici in quel modo sembra brutto apposta — protestò Andrea.
— Dimmi tu in quale modo dovrei dirlo.
Lucia si irrigidì.
— Credevo che dopo il matrimonio avessi capito che aiutarsi è normale.
— Lo penso anch’io. Per questo sto chiedendo quanto mettete voi.
Andrea tamburellò le dita sul tavolo.
— Mamma vive di pensione.
— E tu?
— Io sto risparmiando per il nostro futuro.
Giulia lo fissò.
— E i miei risparmi, invece, non fanno parte del mio futuro?
— Non essere egoista.
La parola arrivò con una semplicità che fece più male di un insulto urlato.
Giulia non rispose immediatamente, perché improvvisamente ricordò tutte le piccole rinunce dell’ultimo anno: i pranzi portati da casa, le scarpe che non aveva sostituito, i sabati passati a fare straordinari, persino il concerto al quale aveva rinunciato perché sessanta euro le erano sembrati troppi. Nessuno le aveva imposto quelle rinunce, ma lei le aveva accettate perché credeva di costruire qualcosa insieme a suo marito.
— Andrea, se quella casa è davvero un investimento per noi, facciamo una cosa semplice: contribuiamo tutti in proporzione e mettiamo per iscritto cosa comporta il mio investimento.
Lucia posò rumorosamente la tazza.
— Mettere per iscritto? Con me?
— Sto parlando di una cifra importante.
— Sono tua suocera, non un’estranea.
— Proprio perché siamo parenti dovrebbe essere facile essere chiari.
Andrea scosse la testa.
— Ecco perché con te ogni cosa diventa complicata. Mia madre ci offre gratuitamente una casa per le vacanze e tu vuoi contratti e percentuali.
Giulia sentì salire una rabbia fredda.
— Gratuitamente? Mi state chiedendo di pagarne il tetto.
— E dopo potrai andarci quando vuoi.
Lucia intervenne con voce più dura.
— Quando sarà libera, naturalmente. Se ci sono già io o mia figlia con i bambini, bisognerà organizzarci.
Giulia quasi sorrise, ma non c’era nulla di divertente.
— Quindi nemmeno quando voglio.
Andrea si alzò.
— Basta fare la contabile su ogni parola. Paghiamo questi lavori e per anni non dovremo più spendere per andare in vacanza.
— “Paghiamo”?
Lui si fermò.
Giulia indicò il preventivo.
— La cifra dovrebbe uscire interamente dal mio conto. Tu non paghi niente, tua madre non paga niente, ma continui a dire “paghiamo”.
— Siamo sposati!
— Allora perché i tuoi risparmi sono per il nostro futuro e i miei sono disponibili per la casa di tua madre?
Il silenzio che seguì fu diverso dai precedenti.
Andrea la guardò a lungo, poi disse qualcosa che Giulia non avrebbe più dimenticato.
— Perché io guadagno meno di te e non posso permettermi di buttare soldi. Tu invece quella cifra ce l’hai già.
Giulia sentì improvvisamente chiarirsi qualcosa che per mesi era rimasto confuso.
Non si trattava soltanto della casa di campagna.
— Quindi, siccome guadagno di più, devo pagare ciò che voi considerate utile.
— Non inventarti cose che non ho detto.
— E quando voglio spendere i miei soldi per qualcosa che serve a me, divento irresponsabile.
Lucia sospirò.
— Una moglie dovrebbe pensare prima alla famiglia.
Giulia si voltò verso di lei.
— E una famiglia dovrebbe pensare anche a lei.
Andrea spinse indietro la sedia.
— Se davvero preferisci una settimana al mare al futuro della nostra famiglia, forse abbiamo problemi molto più seri di quanto pensassi.
Quella frase non ferì Giulia quanto avrebbe dovuto. Al contrario, le diede una strana lucidità.
— Forse sì.
Andrea rimase interdetto.
— Cosa vorresti dire?
Giulia si alzò, prese il telefono e raccolse dal tavolo le fotografie della casa, mettendole ordinatamente una sopra l’altra.
— Che per quasi un anno ho pensato che il nostro problema fosse non avere ancora una casa nostra. Adesso comincio a chiedermi se il problema non sia ciò che succede dentro questa.
Lucia impallidì.
— Non permetterti di insultare casa mia.
— Non sto parlando dei muri.
Andrea le afferrò il polso, senza stringere, ma abbastanza da fermarla mentre stava per allontanarsi.
— Siediti. Questa discussione non è finita.
Giulia abbassò gli occhi sulla sua mano e lui la lasciò immediatamente.
— Per me, stasera, sì.
— E dove vai?
Lei prese la borsa dall’ingresso.
— Ho bisogno di stare qualche ora in un posto dove nessuno faccia progetti con il mio conto corrente.
Andrea la seguì fino alla porta.
— Se esci adesso, dimostri soltanto che non sai affrontare i problemi da adulta.
Giulia appoggiò la mano sulla maniglia, ma prima che riuscisse ad aprire, Lucia pronunciò alle sue spalle una frase con una tranquillità quasi distratta.
— Andrea, lasciala andare. Quando avrà capito quanto costa vivere da sola, tornerà molto più ragionevole.
Giulia rimase immobile.
Fu quella frase, più del preventivo e più della discussione sulle vacanze, a farle comprendere che sua suocera era assolutamente certa di una cosa: che lei non avesse un posto dove andare.
E, cosa ancora peggiore, Andrea non la contraddisse.
Giulia lasciò lentamente la maniglia e si voltò verso entrambi, mentre nella sua mente prendeva forma una decisione che fino a quel momento non aveva mai avuto il coraggio nemmeno di immaginare.
Giulia rimase accanto alla porta con la borsa sulla spalla. Guardò prima Lucia, poi Andrea, aspettando quasi istintivamente che suo marito dicesse qualcosa, anche soltanto una frase per smentire sua madre.
Andrea, invece, abbassò gli occhi.
Fu un gesto minuscolo, ma bastò.
— Avete ragione su una cosa — disse Giulia con una calma che sorprese persino lei. — Devo capire quanto costa vivere da sola. Credo sia arrivato il momento di scoprirlo.
— Non fare la melodrammatica — sbottò Andrea. — Stiamo parlando di una casa di campagna, non del nostro matrimonio.
— Tu stai parlando di una casa di campagna. Io sto parlando del fatto che avete già deciso come spendere i miei soldi e persino come dovrei sentirmi quando vi dico di no.
Lucia incrociò le braccia.
— Nessuno ti ha obbligata a niente.
— No. Avete fatto qualcosa di più comodo: avete cercato di convincermi che rifiutare significa essere egoista.
Andrea fece un passo verso di lei.
— Giulia, basta. Dormiamoci sopra e domani ne riparliamo.
Lei lo osservò a lungo. Per quasi un anno aveva accettato quella frase come una promessa: domani ne parliamo, presto cambierà qualcosa, appena risparmiamo abbastanza ce ne andiamo.
Il problema era che quel domani non arrivava mai.
— Domani ne parleremo — rispose. — Ma non qui.
Quella notte Giulia dormì da Serena, una collega diventata amica negli anni. Quando suonò il campanello poco dopo le undici, Serena aprì in pigiama, la guardò in faccia e non fece domande.
Le mise davanti una tisana, recuperò una coperta dall’armadio e aspettò.
Giulia raccontò tutto: il viaggio in Sicilia, il preventivo, il tetto della casa di Lucia, i suoi risparmi e quella frase pronunciata sulla porta.
Serena rimase in silenzio per qualche secondo.
— Posso farti una domanda?
— Certo.
— Se domani Andrea ti dicesse che ha capito e che non vuole più i tuoi soldi, torneresti?
Giulia aprì la bocca, ma non uscì alcuna risposta.
Ed era proprio quella risposta mancata a spaventarla.
Nei giorni successivi Andrea cambiò tono almeno quattro volte. Prima fu indignato, poi affettuoso, quindi offeso e infine disperato.
«Mamma ha esagerato.»
«Non puoi buttare un matrimonio per una discussione.»
«Va bene, niente lavori alla casa.»
«Prenotiamo pure la Sicilia, se per te è così importante.»
Quell’ultima frase fece capire a Giulia che non aveva ancora compreso nulla.
Non era la Sicilia a essere “così importante”.
Era il diritto di decidere della propria vita senza dover prima dimostrare che i propri desideri fossero abbastanza ragionevoli.
Giulia tornò a casa quattro giorni dopo, un mercoledì pomeriggio, mentre Lucia era fuori. Andrea le aprì immediatamente.
— Finalmente.
Provò ad abbracciarla, ma Giulia fece un passo indietro.
— Sono venuta a prendere alcune cose.
Il sollievo sul volto di lui scomparve.
— Alcune cose?
— Per ora starò da Serena. Nel frattempo cerco un appartamento.
— Un appartamento? Ma sei impazzita? Sai quanto costa un affitto a Bologna?
— Lo scoprirò.
— Quindi vuoi buttare ogni mese ottocento, novecento euro solo per dimostrare qualcosa a mia madre?
Giulia sorrise amaramente.
— Vedi? Lo fai ancora.
— Cosa?
— Trasformi ogni mia scelta in uno spreco quando non coincide con quello che vuoi tu.
Andrea si passò entrambe le mani tra i capelli.
— Allora dimmi cosa devo fare.
Giulia avrebbe voluto sentire quella domanda mesi prima. Adesso, invece, suonava come la richiesta di istruzioni di qualcuno che voleva riparare velocemente un guasto.
— Non devo insegnarti io a considerarmi tua moglie.
— Ma io ti considero mia moglie!
— Allora perché quando tua madre ha detto che sarei tornata appena avessi scoperto quanto costa vivere da sola, sei rimasto zitto?
Andrea non rispose.
Giulia aprì l’armadio e cominciò a piegare i vestiti dentro una valigia.
— Perché pensavi la stessa cosa — continuò. — Pensavi che non me ne sarei mai andata davvero.
— Non è così.
— Allora dimmi che cosa pensavi.
Andrea si sedette sul bordo del letto.
— Pensavo che ti sarebbe passata.
Quelle quattro parole fecero più chiarezza di un’ora di discussione.
Giulia annuì lentamente.
— Esatto.
Chiuse la valigia.
— Pensavi che mi sarebbe passata.
— Giulia…
— Come mi è sempre passato tutto. Il fastidio perché tua madre entra in camera senza bussare. Il fatto che decida cosa cuciniamo. Le domeniche trascorse dai tuoi parenti anche quando avrei voluto fare altro. Il nostro progetto di andare via da qui rimandato continuamente. Mi passava sempre perché ero io quella che doveva adattarsi.
Andrea la fissava senza interromperla.
— Stavolta non mi è passato.
Quando Lucia rientrò e vide la valigia nell’ingresso, il suo primo sentimento non fu tristezza. Fu indignazione.
— Davvero te ne vai?
— Sì.
— Per quella sciocchezza del tetto?
Giulia infilò il cappotto.
— No, Lucia. Me ne vado perché finalmente ho capito che quella casa non è mai diventata casa mia.
— Nessuno ti ha mai trattata male!
— Essere trattati bene non significa soltanto non essere insultati.
Lucia fece una risatina incredula.
— Vedrai quando dovrai pagarti affitto, bollette e spesa. Allora magari rivaluterai questa casa.
Giulia prese la valigia.
— È possibile. Ma almeno saranno le mie bollette.
Andrea l’accompagnò fino all’ascensore.
— Se esci adesso, non so se riusciremo a tornare indietro.
Giulia premette il pulsante.
— Forse il problema è proprio che io non voglio più tornare indietro.
Le porte dell’ascensore si chiusero lentamente.
Per la prima volta da quasi un anno, nessuno le disse a che ora sarebbe dovuta rientrare.
Giulia trovò un piccolo bilocale tre settimane dopo. Era al quarto piano di un palazzo degli anni Sessanta, aveva una cucina minuscola e dal balcone si vedevano soprattutto antenne e tetti.
Quando l’agente immobiliare le consegnò le chiavi, Giulia entrò, posò la borsa sul pavimento e rimase al centro del soggiorno vuoto.
Non c’era quasi nulla.
Un tavolo, due sedie lasciate dal proprietario e una libreria un po’ storta.
Eppure provò una sensazione che non aveva provato nella casa di Lucia neppure il giorno del matrimonio.
Pace.
La prima sera mangiò una pizza direttamente dal cartone seduta sul pavimento, perché non aveva ancora comprato un divano. Lasciò deliberatamente il bicchiere sul tavolo dopo cena e andò a dormire senza lavarlo.
La mattina seguente era ancora lì.
Nessuno aveva sospirato.
Nessuno aveva commentato.
Giulia scoppiò a ridere da sola in cucina.
Andrea continuò a cercarla. Le propose una terapia di coppia, poi un appartamento tutto loro, poi le disse che sua madre si era finalmente resa conto di aver esagerato.
Giulia accettò di incontrarlo in un bar.
— Ho trovato un trilocale — le disse quasi subito, mostrando alcune fotografie sul telefono. — Potremmo permettercelo dividendo le spese. Niente mamma. Solo noi.
Qualche mese prima Giulia avrebbe considerato quella proposta la soluzione di ogni problema.
Adesso la guardava diversamente.
— Perché non me l’hai proposto prima?
Andrea rimase in silenzio.
— Perché prima non pensavi che me ne sarei andata — concluse lei.
— Ho sbagliato.
— Lo so.
— Allora dammi la possibilità di rimediare.
Giulia mescolò lentamente il caffè.
— Andrea, se tornassi adesso, per mesi mi chiederei se mi ascolti perché hai davvero capito o perché hai paura che me ne vada di nuovo. E non voglio vivere controllando continuamente quanto vale un mio “no”.
Lui abbassò lo sguardo.
— Quindi è finita?
Giulia sentì dolore, perché nonostante tutto aveva amato quell’uomo. Ma per la prima volta quel dolore non le sembrò una ragione sufficiente per restare.
— Sì.
La separazione non fu spettacolare. Non ci furono porte sbattute, vendette o interminabili battaglie. Ci furono documenti, scatole, telefonate e alcune notti in cui Giulia pianse chiedendosi se avesse distrutto qualcosa che poteva ancora essere salvato.
Poi arrivavano mattine tranquille nel suo piccolo appartamento e ricordava perché aveva scelto di andarsene.
A settembre Serena le mandò un messaggio.
«Hai ancora quei giorni di ferie?»
Giulia guardò il calendario.
Li aveva.
Quella sera aprì il sito che non visitava da mesi. Cercò nuovamente la Sicilia, ma invece del vecchio albergo scelse una piccola struttura vicino a Cefalù.
Prenotò una camera singola.
Quando comparve la conferma, rimase a fissare lo schermo per qualche secondo. Nessuno le aveva chiesto se fosse una spesa intelligente. Nessuno aveva proposto un utilizzo più “familiare” dei suoi soldi.
Partì da sola.
Il terzo giorno si svegliò presto e raggiunse la spiaggia quando c’erano ancora pochissime persone. Lasciò i sandali accanto all’asciugamano e camminò fino all’acqua.
Il mare era tiepido e quasi immobile.
Giulia rimase con i piedi nell’acqua, guardando il sole salire lentamente sopra le case, e ripensò alla vecchia casa di campagna di Lucia.
Non sapeva se avessero riparato il tetto.
Non sapeva chi ci fosse andato quell’estate.
E, sorprendentemente, non le interessava più.
Più tardi si sdraiò sulla sabbia con un libro che non aprì nemmeno. Chiuse gli occhi e ascoltò soltanto il rumore delle onde.
Aveva pagato quel viaggio con i propri soldi, certo.
Ma la cosa più preziosa che aveva recuperato non aveva avuto alcun prezzo.
Era la possibilità di dire sì senza essere obbligata.
E soprattutto quella di dire no senza sentirsi colpevole.
Per molto tempo Giulia aveva creduto che una famiglia fosse il luogo in cui bisogna continuamente cedere qualcosa per dimostrare amore.
Ora sapeva che l’amore può richiedere compromessi, ma non dovrebbe mai chiedere a una persona di scomparire poco alla volta per rendere più comoda la vita degli altri.
Quella mattina, davanti al mare, Giulia capì finalmente che non era partita per concedersi una vacanza.
Era partita per riprendersi la propria vita.
