Il pappagallo del terzo piano
Quando il grido attraversò il cortile alle sei e dieci del mattino, Paola rovesciò metà del caffè che stava versando nella tazza e rimase immobile davanti alla moka ancora fumante. Non era il verso che ci si aspetterebbe da un uccello, perché sembrava piuttosto la voce roca di un uomo anziano che cercava ostinatamente di svegliare qualcuno.
— Forza, tesoro! È ora di alzarsi!
Dalla cameretta arrivò subito sua nipote Giulia, undici anni, che aveva trascorso la notte da lei e teneva stretto al petto un cuscino. Paola la tranquillizzò come poté, anche se dentro di sé sentiva crescere la stessa irritazione che da settimane serpeggiava nel condominio a causa di Arturo, un enorme ara verde che viveva nell’appartamento al terzo piano.
La proprietaria si chiamava Renata Bellini, aveva sessantatré anni ed era arrivata a Bologna alla fine dell’inverno, dopo aver lasciato una casa nei dintorni di Imola. Era una donna minuta, con i capelli castani ormai attraversati da ciocche grigie, che salutava sempre con gentilezza ma sembrava avere una particolare abilità nel concludere qualsiasi conversazione prima che diventasse personale.
Arturo, al contrario, non conosceva discrezione e nelle prime settimane aveva conquistato persino i bambini del palazzo, perché imitava il citofono, riproduceva il fischio della caffettiera e rideva con una voce così umana da far voltare chiunque passasse sul pianerottolo. La simpatia era però svanita quando il grande pappagallo aveva cominciato a svegliarsi all’alba e, in certe giornate, a lanciare richiami anche dopo le dieci di sera.
Nel gruppo dei condomini erano comparsi prima messaggi scherzosi, poi proteste sempre più dure, finché qualcuno aveva proposto di coinvolgere l’amministratore. Paola aveva cercato di non partecipare a quella specie di processo collettivo, ma quando Giulia le confessò che non voleva più dormire da lei perché quella voce dietro il muro la spaventava, decise che non poteva continuare a ignorare il problema.
Incontrò Renata quella stessa sera vicino ai bidoni della raccolta differenziata, mentre la donna tornava dal supermercato con una borsa piena di frutta. Dalle finestre del terzo piano Arturo stava fischiando con tale entusiasmo che Paola non ebbe nemmeno bisogno di spiegare l’argomento della conversazione.
— Renata, dobbiamo trovare una soluzione, perché ormai la gente si sveglia a qualsiasi ora e alcuni bambini hanno paura.
La donna abbassò gli occhi sulla borsa della spesa e rimase in silenzio abbastanza a lungo da far innervosire Paola.
— Lo so, e mi dispiace davvero, ma sto cercando di sistemare le cose.
— Lo dici da settimane, però Arturo continua a urlare, e noi non possiamo organizzare la vita di un intero condominio intorno agli orari di un pappagallo.
Renata alzò lo sguardo e per un istante sembrò sul punto di rispondere qualcosa di importante, ma alla fine si limitò a chiedere ancora scusa. Mentre si allontanava, Paola la vide fermarsi accanto al portone e appoggiare una mano al muro come se le mancasse improvvisamente il fiato, tuttavia la rabbia di quel momento le impedì di raggiungerla.
Nei giorni successivi l’atmosfera peggiorò, perché alcuni condomini smisero apertamente di salutare Renata, mentre altri battevano contro i termosifoni quando Arturo diventava troppo rumoroso. Una mattina comparve perfino un cartello sulla porta della donna, scritto con un pennarello nero, che le ordinava di portare «quel mostro con le piume» da qualche altra parte.
Paola vide Renata staccarlo e raschiare lentamente il nastro adesivo rimasto sul legno, senza protestare e senza chiedere chi fosse stato. Le tremavano leggermente le dita, ma quando si accorse di essere osservata si limitò a sorridere in modo stanco e rientrò in casa.
Il venerdì sera l’amministratore, Sergio, convocò alcuni residenti nel piccolo locale comune vicino ai garage e arrivò con una lettera già preparata. Proponeva di inviare a Renata una contestazione formale, chiedendole di adottare entro un termine ragionevole misure concrete per evitare i continui disturbi.
— Nessuno vuole perseguitare una signora che vive da sola — spiegò Sergio — ma anche la pazienza ha un limite, e il diritto di tenere un animale non può cancellare quello degli altri al riposo.
Paola firmò dopo una lunga esitazione, cercando di convincersi che fosse soltanto un modo per costringere Renata a prendere sul serio la situazione. La lettera sarebbe stata consegnata il lunedì successivo, ma durante il fine settimana accadde qualcosa che rese improvvisamente inutile ogni discussione.
Arturo smise di fare rumore.
Per tutta la domenica non si sentì né una parola né uno dei suoi fischi, e inizialmente Paola provò un sollievo quasi infantile. Verso sera, tuttavia, si accorse di essersi fermata più volte in cucina per ascoltare il silenzio del piano superiore, perché dopo settimane di confusione quell’assenza totale di suoni cominciava ad avere qualcosa di inquietante.
Poco prima delle cinque del mattino seguente, il palazzo fu svegliato da un fracasso violento, completamente diverso dalle solite esibizioni di Arturo. Il grande ara verde non pronunciava parole, ma sbatteva le ali contro la gabbia e lanciava grida brevi e disperate, tanto che diverse porte si aprirono quasi contemporaneamente.
Paola salì di corsa insieme a Sergio e bussò ripetutamente all’appartamento di Renata, senza ottenere risposta. Quando arrivarono i soccorsi e riuscirono a entrare, trovarono la donna priva di sensi tra il soggiorno e la cucina, mentre Arturo continuava ad agitarsi furiosamente nella sua grande gabbia.
Renata fu portata d’urgenza in ospedale e più tardi Sergio seppe che aveva avuto un grave problema cardiaco, per il quale la rapidità dell’intervento era stata fondamentale. Se Arturo fosse rimasto tranquillo, probabilmente nessuno avrebbe scoperto cosa era successo fino a diverse ore dopo.
Il pomeriggio seguente arrivò al condominio una donna sulla quarantina con un trasportino, due sacchi di mangime e una valigia, che si presentò come Claudia, la figlioccia di Renata. Paola si offrì di aiutarla e per la prima volta entrò nell’appartamento della vicina che tutti avevano giudicato senza sapere quasi nulla della sua vita.
Sopra un mobile c’erano fotografie di Renata accanto a un uomo robusto con i capelli bianchi, scattate durante pranzi, viaggi e giornate trascorse in campagna, e in moltissime immagini compariva anche Arturo appollaiato sulla spalla dell’uomo. Claudia seguì lo sguardo di Paola e prese delicatamente una delle cornici.
— Lui era Franco, il marito di Renata, e in realtà Arturo apparteneva soprattutto a lui.
Franco era morto improvvisamente tre anni prima, e nei mesi successivi Renata aveva smesso quasi completamente di occuparsi di se stessa. Claudia raccontò che la donna poteva trascorrere intere giornate senza uscire, mangiava pochissimo e alcune mattine non trovava neppure la forza di lasciare il letto, mentre Arturo cominciava a gridare finché lei non si alzava per cambiargli l’acqua e preparargli da mangiare.
— Volevamo affidarlo a una famiglia che conosceva bene gli ara — continuò Claudia — ma Renata non ce l’ha mai permesso, perché diceva che Arturo era l’unico essere vivente rimasto in casa capace di parlare con la voce di Franco.
Proprio in quel momento il grande pappagallo verde si spostò sul trespolo, inclinò la testa verso il corridoio e pronunciò lentamente:
— Forza, tesoro! È ora di alzarsi!
Claudia chiuse gli occhi per qualche secondo.
— Franco lo diceva a Renata ogni mattina, e Arturo lo ha imparato da lui. Dopo la sua morte ha continuato a ripeterlo quando lei restava troppo a lungo a letto, e Renata mi ha confessato che in certi giorni si alzava soltanto perché quel testardo non le permetteva di scomparire sotto le coperte.
Paola sentì una fitta di vergogna pensando alla propria firma sulla lettera, ma prima che riuscisse a parlare Claudia aprì un cassetto alla ricerca del libretto sanitario di Arturo. Sotto alcune cartelle trovò una busta indirizzata all’amministratore del condominio e un fascicolo pieno di indirizzi, fotografie e appunti scritti a mano.
Claudia lesse velocemente la prima pagina, poi la seconda, e infine si voltò verso Paola con gli occhi lucidi.
— Ma voi non lo sapevate? Renata aveva già deciso cosa fare con Arturo.
Claudia rimase in piedi accanto al mobile con il fascicolo aperto tra le mani, mentre Paola cercava di capire che cosa potesse esserci in quelle pagine da aver cambiato così rapidamente l’espressione della donna. Quando gliele porse, vide indirizzi di centri specializzati, numeri di veterinari e fotografie di grandi voliere, tutte accompagnate dalle annotazioni precise di Renata.
— Stava cercando una nuova sistemazione per Arturo — spiegò Claudia. — Non perché volesse farlo, ma perché aveva capito che la situazione nel condominio non poteva continuare così.
Accanto a ogni struttura Renata aveva scritto ciò che le interessava davvero sapere: quante ore il pappagallo avrebbe trascorso fuori dalla gabbia, se avrebbe avuto contatti con altri ara, chi si sarebbe occupato di lui in caso di malattia e soprattutto se lei avrebbe potuto continuare a visitarlo. Uno dei posti era cerchiato due volte e, a margine, compariva una data fissata per un incontro che il malore le aveva impedito di rispettare.
Paola si sedette lentamente al tavolo, perché fino a quel momento tutti avevano interpretato il silenzio di Renata come arroganza. Mentre loro la accusavano di pensare soltanto a se stessa, quella donna stava invece preparando in solitudine una separazione che evidentemente le faceva paura.
Claudia aprì poi la busta indirizzata all’amministratore e trovò una lettera non ancora spedita, nella quale Renata chiedeva scusa per i disagi provocati da Arturo e raccontava di aver già consultato un veterinario. Prometteva di rispettare le esigenze degli altri condomini e, qualora nessun accorgimento fosse stato sufficiente, di affidare il pappagallo a persone capaci di occuparsene.
Nell’ultima parte, però, il tono cambiava, e alcune parole erano state cancellate e riscritte più volte. Renata chiedeva soltanto qualche settimana in più, perché sapeva che per gli altri dal palazzo sarebbe andato via un animale rumoroso, mentre per lei sarebbe uscita da quella porta l’ultima creatura che ricordava ancora la risata, i fischi e le parole dell’uomo con cui aveva condiviso quasi quarant’anni.
Paola appoggiò il foglio e ripensò al pomeriggio vicino ai bidoni, quando Renata aveva tentato di parlare prima di chiudersi nuovamente nel silenzio. Per la prima volta comprese che forse non era stata l’indifferenza a impedirle di spiegarsi, ma la vergogna di raccontare a persone già arrabbiate che un enorme pappagallo verde era diventato il filo con cui teneva ancora legata una parte della propria vita.
Quella sera Paola chiamò Sergio e gli chiese di riunire le persone che avevano firmato la contestazione, ma questa volta nessuno arrivò con regolamenti o nuove proposte. Sul tavolo vennero posati due documenti: la lettera che loro volevano consegnare a Renata e quella che Renata aveva preparato per loro.
— Quindi stava davvero cercando un altro posto? — domandò Sergio dopo aver letto alcune righe.
— Sì, mentre noi eravamo convinti che non le importasse nulla.
Una donna del secondo piano abbassò improvvisamente il viso e ammise di essere stata lei a lasciare il cartello offensivo sulla porta di Renata, dopo una notte in cui Arturo aveva svegliato suo figlio più volte. Nessuno la rimproverò, perché quasi tutti, in forme diverse, avevano contribuito a trasformare una legittima richiesta di tranquillità in ostilità verso una persona che non conoscevano.
Sergio prese la contestazione e fece per strapparla, ma Paola gli fermò la mano.
— Non basta distruggere un foglio, perché così facciamo soltanto qualcosa che ci permette di sentirci meno in colpa. Quando Renata tornerà dall’ospedale, avrà ancora lo stesso problema e in più saprà di vivere in mezzo a persone che l’hanno trattata come un’estranea.
Nei giorni successivi i condomini cominciarono quindi ad aiutare Claudia con Arturo e riuscirono a contattare un veterinario esperto di grandi pappagalli. Scoprirono che il trasferimento nella nuova casa, la solitudine e le condizioni emotive della proprietaria potevano aver aumentato l’agitazione dell’ara, mentre una routine più stabile, maggiore attività durante il giorno e un ambiente più tranquillo la sera avrebbero potuto ridurre almeno gli episodi peggiori.
Arturo non diventò improvvisamente silenzioso, ma dopo alcuni giorni le urla all’alba diminuirono e le serate divennero molto più gestibili. La cosa che cambiò maggiormente, però, fu il comportamento delle persone, perché qualcuno cominciò a bussare alla porta per chiedere se servisse una mano invece di colpire il termosifone per protestare.
Quasi due settimane dopo, Claudia riportò Renata a casa, ancora pallida e visibilmente stanca, e la donna si fermò appena vide alcuni vicini aspettarla davanti al portone. Quando notò la contestazione nelle mani di Paola, il suo sorriso scomparve, come se fosse certa che il momento che aveva temuto fosse finalmente arrivato.
— Renata, questo documento lo abbiamo firmato noi — disse Paola.
La donna annuì lentamente.
— Capisco, e non posso chiedervi di sopportare Arturo per sempre.
Paola strappò il foglio in due e poi lo piegò ancora, ma invece di sorridere guardò Renata direttamente negli occhi.
— Avevamo il diritto di chiederti una soluzione, ma non quello di decidere che tipo di persona fossi senza sapere nulla di te. Io stessa avrei potuto chiederti semplicemente se stavi bene, e non l’ho fatto.
Sergio si scusò subito dopo, mentre la donna del secondo piano confessò di aver scritto il cartello. Renata li ascoltò in silenzio finché le lacrime cominciarono a scenderle lungo le guance.
— Anch’io avrei dovuto parlare — ammise. — Solo che mi vergognavo a dire che non riuscivo a separarmi da un pappagallo perché a volte parla come mio marito.
Dal piano superiore arrivò proprio allora un fischio potente, seguito dalla voce roca che tutti conoscevano.
— Forza, tesoro! È ora di alzarsi!
Renata si coprì il viso e scoppiò a ridere tra le lacrime, mentre Claudia le stringeva un braccio. Nessuno protestò e, per la prima volta da mesi, la voce di Arturo non sembrò soltanto un rumore che attraversava i muri.
Il trasferimento dell’ara venne sospeso e, con l’aiuto del veterinario, Renata riuscì a mantenere una routine che rispettava molto meglio gli orari di riposo del palazzo. Anche i vicini collaborarono, non perché il dolore di una persona cancellasse automaticamente i diritti degli altri, ma perché finalmente avevano smesso di considerare l’allontanamento del problema come l’unica soluzione possibile.
Qualche mese più tardi Giulia tornò a dormire dalla nonna e al mattino venne svegliata da un breve fischio proveniente dal terzo piano. Rimase ad ascoltare e poi chiese se Arturo fosse davvero il pappagallo che aveva fatto tanto rumore da permettere ai vicini di trovare Renata.
— Proprio lui — rispose Paola.
La bambina rifletté per qualche istante prima di sorridere.
— Allora è molto rumoroso, però sa quando bisogna chiamare qualcuno.
Paola si avvicinò alla finestra e vide Renata sul balcone con una tazza tra le mani, mentre il grande ara verde le stava accanto e inclinava la testa per ricevere una carezza. Poco dopo Arturo ripeté ancora una volta la frase imparata da Franco, e Renata chiuse gli occhi con un sorriso che conteneva insieme nostalgia e gratitudine.
Fu allora che Paola comprese ciò che avrebbe voluto capire molto prima: chiedere rispetto per i propri limiti è giusto, ma nessun disagio ci autorizza a dimenticare che dietro una porta vive una persona di cui conosciamo soltanto ciò che ci disturba. A volte basta fare una domanda prima di giudicare, perché dietro il rumore che vorremmo far tacere può esserci una storia che nessuno ha ancora avuto la pazienza di ascoltare.
