Il gatto che aveva scelto il mio pianerottolo
La prima volta che lo vidi era una sera di novembre, quando il cielo sopra Torino sembrava già notte anche se non erano ancora le sei. Tornavo dal lavoro con le mani gelate e la testa piena di pensieri, desiderando soltanto una doccia calda e un po’ di silenzio. Accanto al portone del condominio, vicino ai bidoni della raccolta differenziata, c’era un gatto grigio, meticcio, magrissimo, rannicchiato contro il muro.
Non cercava di avvicinarsi a nessuno. Non miagolava, non inseguiva le persone e non tendeva la zampa in cerca di cibo. Rimaneva immobile, con gli occhi fissi sulle porte che si aprivano e si richiudevano, come se aspettasse qualcuno che aveva smesso di tornare da molto tempo.
Entrai nel palazzo senza fermarmi, ma quella figura continuò a tormentarmi per tutta la sera. Mentre preparavo la cena, continuavo a chiedermi se fosse ancora lì, al freddo, oppure se avesse trovato almeno un angolo dove ripararsi dal vento.
Alla fine presi una scatoletta di tonno, una vecchia ciotola e riscese le scale.
Lui era ancora lì.
— Ciao, piccolo… — dissi piano, accovacciandomi a qualche passo di distanza. — Non voglio farti del male.
Posai il cibo a terra e mi allontanai. Il gatto rimase immobile per parecchi secondi. Poi si avvicinò lentamente, con il corpo così basso da sembrare pronto a fuggire da un momento all’altro. Cominciò a mangiare senza fretta, interrompendosi continuamente per controllare che nessuno gli portasse via quel pasto.
Quando ebbe finito, invece di sparire, si sedette e mi guardò negli occhi.
Fu uno sguardo che non dimenticai più.
Il giorno successivo non lo vidi davanti al portone. Pensai che avesse continuato il suo cammino, ma la sera, salendo al terzo piano dove abitavo, lo trovai sul pianerottolo del secondo. Era sdraiato vicino al termosifone condominiale, tremava e respirava affannosamente.
— Ma come hai fatto ad arrivare fin qui? — gli chiesi sorridendo.
Sollevò appena la testa e richiuse gli occhi.
Da quel giorno iniziai a portargli qualcosa da mangiare ogni sera.
Passarono pochi giorni e il gatto sembrò imparare perfettamente i miei orari. Quando rincasavo, era sempre un piano più vicino al mio appartamento. Finché una sera lo trovai seduto proprio davanti alla mia porta, come un ospite educato che aspetta il permesso di entrare.
— Mi sa che hai deciso tu dove abitare… — gli dissi.
Lui rispose con un miagolio appena percettibile.
Nel mio condominio, però, viveva la signora Teresa, una donna che controllava tutto ciò che succedeva nello stabile. Sapeva chi riceveva visite, chi parcheggiava male la bicicletta e perfino chi dimenticava una lampadina accesa in cantina.
Quando vide la ciotola davanti alla mia porta, uscì di casa furiosa.
— È suo quel gatto? — gridò.
— No. Ma ha fame.
— Allora lo porti fuori immediatamente! Tra pulci, cattivi odori e malattie ci rovinerà il palazzo!
Provai a spiegarle che pulivo tutto dopo ogni pasto e che il gatto non dava fastidio a nessuno.
Lei non volle ascoltare.
— Oggi è uno, domani saranno dieci! E poi non venga a lamentarsi quando il condominio diventerà uno zoo!
Le sue urla riecheggiarono lungo le scale. Una dopo l’altra si aprirono le porte degli appartamenti. Alcuni vicini osservavano in silenzio, altri fingevano di controllare la posta pur di assistere alla scena.
Io rimasi calmo.
Fu allora che abbassai lo sguardo verso il gatto.
Si era raggomitolato nell’angolo più buio del pianerottolo. Tremava a ogni grido della signora Teresa, come se quelle urla gli fossero già familiari.
In quel momento notai qualcosa che fino ad allora mi era sfuggito.
Sul collo aveva un segno ormai sbiadito lasciato da un vecchio collare.
Quel gatto aveva avuto una casa.
Qualcuno gli aveva dato un nome.
E poi, per qualche motivo, aveva deciso di liberarsene.
Sentii un nodo stringermi la gola.
La signora Teresa fece un passo verso di me e puntò il dito contro il gatto.
— Le do tempo fino a domani mattina. Se questo animale sarà ancora qui, chiamerò il servizio di recupero. E questa volta nessuno potrà impedirgli di portarlo via.
Guardai il gatto grigio rannicchiato sul pavimento, poi le chiavi strette nella mia mano e infine la porta del mio appartamento, distante solo pochi passi. In quell’istante capii che continuare a restare in silenzio avrebbe significato abbandonarlo una seconda volta.
Rimasi qualche secondo immobile, con le chiavi strette nel pugno e gli occhi del gatto fissi sui miei. La signora Teresa era convinta di aver già vinto. Teneva il telefono in mano, pronta a fare quella chiamata che, secondo lei, avrebbe risolto ogni problema.
Io, invece, infilai la chiave nella serratura e aprii la porta di casa.
Mi chinai lentamente, presi il gatto tra le braccia e lo sentii irrigidirsi per un istante. Era così leggero che sembrava fatto soltanto di ossa e paura.
— Lei non può farlo! — urlò la vicina.
La guardai con calma.
— Posso eccome. Sul pianerottolo non resterà più. Da oggi avrà una casa.
Per un momento nessuno parlò.
I vicini continuavano ad assistere alla scena dalle loro porte socchiuse. Poi una voce arrivò dalle scale.
— Ha ragione il ragazzo.
Era il signor Carlo, il pensionato del primo piano, uno di quelli che parlavano raramente.
— È solo un animale spaventato. Non capisco tutto questo odio.
Subito dopo intervenne anche una giovane mamma del quarto piano.
— Mio figlio ogni mattina gli lascia da bere. Non ha mai dato fastidio a nessuno.
La signora Teresa si guardò intorno aspettando sostegno, ma trovò soltanto silenzio.
Entrai in casa e chiusi la porta.
Fuori continuarono ancora per qualche minuto alcune discussioni, ma dentro il mio appartamento regnava finalmente la pace.
Il gatto rimase fermo vicino all’ingresso. Annusava ogni angolo senza allontanarsi troppo da me, come se avesse paura che quella tranquillità potesse sparire da un momento all’altro.
Gli preparai una bacinella con acqua tiepida.
La sua pelliccia era piena di polvere, foglie secche e piccoli nodi. Durante il bagno non cercò mai di graffiarmi. Tremava soltanto e ogni tanto alzava lo sguardo verso di me.
— Tranquillo… è finita — continuavo a ripetergli.
Dopo averlo asciugato gli portai una ciotola con del pollo e dell’acqua fresca.
Mangió lentamente.
Poi, per la prima volta, iniziò a fare le fusa.
Il giorno seguente il veterinario confermò ciò che avevo immaginato.
— Questo gatto è vissuto in famiglia per anni. Guardi il segno lasciato dal collare. Inoltre è sterilizzato e abituato al contatto umano.
Abbassò gli occhi sulla cartella clinica.
— Purtroppo qualcuno ha deciso di liberarsene.
Quelle parole mi fecero più male di quanto volessi ammettere.
Lo chiamai Nebbia, per via del colore del suo mantello.
Con il passare delle settimane ricominciò lentamente a fidarsi della vita. La sua pelliccia tornò morbida, riprese peso e iniziò a seguirmi ovunque, aspettandomi ogni sera dietro la porta.
Un pomeriggio il campanello suonò.
Pensai subito alla signora Teresa.
Invece trovai una ragazza che abitava all’ultimo piano del palazzo. Ci eravamo salutati qualche volta nell’ascensore senza mai parlare davvero.
Aveva in mano una confezione di crocchette.
— Mi chiamo Giulia — disse con un sorriso timido. — Quel giorno ho assistito alla discussione. Non ho avuto il coraggio di intervenire e me ne sono pentita. Ho pensato che forse a lui potessero servire.
Nebbia le si avvicinò immediatamente.
Lei si chinò per accarezzarlo e il gatto iniziò a fare le fusa ancora prima che la sua mano toccasse il pelo.
Scoppiammo entrambi a ridere.
Quella sera bevemmo un caffè.
Poi un altro la settimana successiva.
E senza quasi rendercene conto iniziammo a trascorrere sempre più tempo insieme.
Nebbia sembrava approvare ogni nostro incontro. Si sistemava sempre tra noi sul divano, come se fosse stato lui a organizzarli.
Circa un mese dopo scoppiò un incendio in uno degli appartamenti del secondo piano. I vigili del fuoco riuscirono a domarlo rapidamente e nessuno rimase ferito.
Qualche giorno dopo bussò qualcuno alla mia porta.
Era la signora Teresa.
Aveva tra le mani una torta fatta in casa.
Sembrava quasi imbarazzata.
— Posso entrare un momento?
La invitai dentro.
Guardò Nebbia, che dormiva tranquillo sul davanzale della finestra.
Poi abbassò gli occhi.
— Ho scoperto una cosa.
Aspettai in silenzio.
— Gli ex inquilini del secondo piano lo hanno lasciato qui quando si sono trasferiti. Tutti pensavano che fosse scappato… invece lo hanno abbandonato.
Inspirò profondamente.
— E io me la sono presa con la persona sbagliata. Mi dispiace davvero.
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
Poi Nebbia scese lentamente dal davanzale.
Si avvicinò a lei, annusò la sua mano e vi appoggiò delicatamente la testa.
La signora Teresa si commosse.
— Forse gli animali sanno perdonare meglio di noi… — sussurrò.
Io sorrisi.
— Forse ci insegnano semplicemente come si fa.
Sono passati ormai alcuni anni.
Oggi Giulia è mia moglie.
Nebbia continua a dormire sul nostro letto, convinto di esserne il vero proprietario, e ogni sera ci aspetta davanti alla porta come faceva il primo giorno.
A volte penso che quel freddo pomeriggio d’autunno credevo di aver salvato un povero gatto randagio.
La verità è un’altra.
È stato lui a salvare me dalla solitudine, ad aprire la porta alla donna che sarebbe diventata la mia famiglia e a ricordarmi che un gesto di gentilezza, anche il più piccolo, può cambiare molte più vite di quanto immaginiamo.
